L’animale e la morte

Un anno fa, come sabato scorso, abbiamo accompagnato Gengis nel Campi Elisi.

Era ormai svaporato, magro all’infinito, stava male.

Come ha fatto a resistere fino alla fine?

La camminata l’ha fatta anche lunedi, perché gli piaceva uscire, ma ormai aveva un passo lento, l’occhio perso nel vuoto.

Domenica sera  stava giù sul prato, solo, camminava, stava fermo come se non sapesse neppure lui cosa volesse, cosa.fare, dove andare, come se il vuoto avanzasse nella sua mente.

Qui mi soccorre la VIII elegia di Rilke:

….

Con tutti gli occhi la creatura vede

l’aperto. Solo i nostri occhi sono

come volti all’indietro e attorno ad essa,

trappole, poste tutto intorno

al suo libero uscire. Ciò che fuori è,

noi lo sappiamo solamente dal volto

dell’animale; perché già l’infante

noi lo giriamo e lo forziamo a vedere

all’indietro costruzioni, non l’aperto,

così grave nel volto animale. Libero da morte.

La morte la vediamo noi soli. Il libero animale

ha sempre la sua fine dietro a sé,

e Dio davanti. E quando va, va in eterno

come le fonti.

.

Ecco, l’animale non vede come noi la propria morte, lui è sempre proiettato nel tutto,

siamo noi che abbiamo bisogno di confini, quegli stessi confini che ci fanno soffrire quando si rompono.

E sempre puntiamo lo sguardo verso il dove

e sempre abbiamo un interrogativo in testa “Perchè”

e resta insaziabile il vuoto .

Noi abbiamo coccolato Gengis nei suoi ultimi momenti,

ci ha scodinzolato nonostante tutto il suo male, non ha mai protestato,

si è lasciato coccolare, mi ha anche leccato il naso, dolcemente, poco, come era abituato.

Lo abbiamo visto assopirsi, dormire, con una puntura di anestetico, poi sono uscita.

Ora è finalmente libero dai suoi mali.

Mi alzo e guardo il suo tappeto vuoto.

La morte rompe i confini.Li ha già rotti tante volte.

La vastità è terribile a portarsi,

è pesante, è dolorosa, è “ importabile.” .

A meno che non subentri la luce a sostenere tanta nostra piccolezza..

Dimmi cosa ne pensi, te ne sarei grata.

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