Non mi è mai bastata l’Isola di Pasqua

Ho avuto la fortuna, ora lo posso dire con piena consapevolezza, di nascere in collina a contatto con gli elementi della natura.

La terra era la mia creta, i boschi la mia corsa, i fiori il mio ornamento.

Le piante le compagne, il vento l’amico, le nubi le mie navi da crociera.

Le stelle le mie guide nell’infinito che, sentivo, mi sovrastava.

Il sole mia luce e calore, luna mia compagna di viaggio e di sogni, farfalle mie carezze, erba rigogliosa o tagliata, mia amaca ove sdraiata fermarmi ansante dopo la corsa.

Stagioni scandite da rondini che garrivano annunciando primavera.

Cicale e grilli coloravano i giorni e le notti dell’estate, i ghiaccioli pendenti tagliavano l’inverno; odore di uva matura, di vino pigiato: era autunno.

Calore di stalla umida, luogo di racconti notturni, di giochi e serate tra adulti e bambini, di filò.

Serate col fuoco nel camino aspettando le patate e  le pere cotte sotto la cenere, storie spesso di orchi e fantasmi, di anime e di streghe. E di eroi: Ulisse, Il Conte di Montecristo,…

Uva lavata scossa sul viso addormentato per chiamarmi al risveglio, alla scuola, la luce del sole tambureggiava le palpebre chiuse, solleticandole.

Ogni giorno diversamente obliquo.

Lasciavo il balcone a est socchiuso, circa allo stesso modo. Dalla maniera in cui il raggio cadeva sul letto, sul viso intuivo, ancora non sapevo, il moto della terra intorno al sole e il suo asse inclinato che regala le stagioni.

La notte socchiudevo il balcone a ovest per vedere tramontare la luna dietro il monte. Aspettavo di sera in sera il suo raggio. Sapevo quand’era plenilunio, anche senza vederlo, dall’intensità della luce che mi illuminava.

Era gioia, attesa, ansia,… perché immaginavo che da quel raggio scendessero esseri venuti dal cielo. A trovarmi, a parlarmi. Li chiamavo anche. Speravo tanto in questo arrivo. Chi fossero o potessero essere non lo immaginavo.

Mah… Non si parlava ancora di Ufo, non in casa, a scuola, in paese.

Era solo un mio desiderio – sogno di bambina che stava crescendo e che cercava mondi lontani, al di fuori del proprio.

Uscivo la sera, ad ogni stagione, a osservare il cielo. Seduta, in piedi, sdraiata, infagottata, scrutavo il buio e con lo sguardo viaggiava il pensiero, in compagnia del cuore.

Ah! Che desiderio di dare un nome a quelle luci!

Mi interrogavo: cos’era quella stella argentea, o rossastra, o gialla, che si stagliava nel buio più di altre? O quel triangolo di luci? Cercavo di riconsocere in quegli agglomerati di luci figure a me note.

La mamma a un certo punto usciva a chiamarmi: “ Sa feto là, fora vien rento, l’è scuro, te ciapi fredo”.

Io invece dovevo, ogni sera, uscire e salutare il cielo della notte. Sennò non potevo andare a letto.

Il cielo era il mio schermo: vedevo le nuvole variare forma. A seconda della direzione e dell’intensità del vento cercavo di anticipare spostamenti e deformazioni e intorno alla sagoma che si creava e disfaceva costruivo storie che mi raccontavo da sola.

Incredibile ricordare i cieli di primavera di allora! Sdraiata nell’erba alta, quasi dentro una culla, sicura di risultare invisibile agli occhi umani, grazie a quelle tende verdi che mi circondavano, osservavo il volo di farfalle e insetti. Sfioravano il mio viso, si posavano, io ero immobilmente ferma, su fiori accanto a me. Ascoltavo il loro cicaleccio. Non li conoscevo per nome ma li distinguevo bene e a ognuno associavo un insetto.

Il sole mi scaldava, il cielo era azzurro e giallo, intorno fiori. Quanti fiordalisi! Quanti quanti colori!

Non sopportavo novembre. Arrivava con tutti i toni del marron, cercavo invano un’altra tonalità. L’inverno aveva il colore biancastro della nebbia, sbiancava anche il sole, lo potevi guardare negli occhi tanto era pallido.

C’era il freddo interrotto solo dalla stufa, le camere erano gelide, scaldate con la “ monega “ le lenzuola. D’inverno si era infagottati con vestiti pesanti e non altrettanto caldi, quasi palombari nella tuta, però il gelo arrossava mani e visi.

Il silenzio! Quanto silenzio in quei luoghi in quei tempi! Riempito solo da voci o canti, d’uccello o di umani.

Al massimo il rumore del martello, di una ruota cigolante.

I giorni rotolavano tranquilli, quasi lenti, quasi uguali, la vita si dipanava, io non avevo preoccupazioni di adulta, vivevo e respiravo la vita.

Giocavo nei campi finché mamma e papà lavoravano. Con mia sorella, eravamo piccole, raccoglievamo i “ soldini”, i piccoli nummoliti. Noi li chiamavmo esattamente senza saperlo. Soldini. Si faceva a gara a chi ne raccoglieva di più, i più vari,i più strani, i più piccoli, i più grandi.

Tra i numerosi sassi ne scovavamo parecchi, pareva nascessero dalla terra.

Vivevo in quel mondo piccolo, raccolto, quasi immobile eppur vario e crescendo ne scoprivo i confini e allargavo l’attesa con gli occhi.

Nel cielo cercavo altri mondi.

L’isola di Pasqua , che allora di certo non conoscevo, anche a me, crescendo, non bastava più.

Il sogno mi accompagnava, di cui non so neppure ora definire il contenuto.

E’ la ricerca, ora come allora, di un indicibile, desiderio di infinito, sensazione di eterno, forse traccia di ciò che si porta appresso l’anima che nasce.

Arriva sulla terra non vuota. Ha stampato un segno e non lo sa. Non lo si vede allo specchio come si guarda il volto.

Se ne coglie la presenza attraverso i moti interiori cui non si sa dare nome.

Cercavo allora

cerco ora.

Son cresciuta in un mondo semplice, povero, vero.

Sono consapevole di aver vissuto un tempo e un mondo che mi hanno concesso di guardare dentro l’anima. Di coglierne qualche riflesso.

Come alla fontana quando andavo a raccogliere l’acqua coi secchi. Non era mai ferma e l’immagine si creava e disfaceva in continuazione e io attenta a cogliere il breve attimo in cui il volto si mostrava intero e immobile.

Momento irraggiungibile, troppi cerchi si allargavano e stringevano sulla superficie.

Lo intuivo soltanto.

Era il mio viso di bimba, di ragazzina, era il volto dell’anima mia.

 

Dimmi cosa ne pensi, te ne sarei grata.

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