L’isola che c’è

Viaggiava sulla sua  Panda, semplice, agile, pratica e filava abbastanza veloce. Comoda l’auto, niente da dire, ma così scorrendo sulle vie e sull’autostrada, superata da auto in corsa e Tir stracolmi, si rendeva conto di quanto fosse mutata la sua vita e quella degli umani.

Un tempo c’erano i Romei: andavano da ogni angolo d’Europa a Roma, a cercar perdono, a piedi, con una bisaccia sulla spalla, dormendo ove capitava, mangiando frutti ed erbe e forse un tozzo di pane se incontravano un’anima tenera e non troppo povera.

C’erano nobili e uomini d’armi, a cavallo bruciavano la strada galoppando con la bestia schiumante.

Il poveraccio forse disponeva di un asino attaccato a un carro per trasportare il poco che aveva nel fare San Martin: pochi attrezzi, qualche pentola, un materasso di foglie di granturco, qualche boccone da mangiare e la ciurma di bimbi che abbondava sempre nelle famiglie di allora.

Il tempo, questa strana entità, una grandezza per gli scienziati e i filosofi, aveva un suo ritmo, lento, quello del dì e della notte, delle stagioni, del passo dell’uomo appiedato.

Gli appuntamenti? Una parola coniata in epoche recenti – si disse – quando diven necessario usare uno stesso orologio, che segnasse la stessa ora, per essere certi di trovarsi all’ora x nel posto y insieme”.

Accelerando il passo l’umanità aveva immaginato di guadagnare qualcosa e difatti nacque la frase “ guadagnar tempo”.

Il tempo apparve una risorsa da sfruttare, sempre meglio e sempre di più.

Solo che poi si trasformò in mostro e gli umani divennero suoi schiavi.

La Panda filava liscia in mezzo al traffico e i pensieri correvano.

Il cellulare ne interruppe il flusso per ricordare che “ è tempo di..”.

L‘agenda era zeppa di date, luoghi, nomi, impegni e la suoneria, inesorabile, chiedeva di rispettare il programma.

Lo stesso traffico, nel quale lei era immersa, testimoniava la folle corsa cui l’umanità partecipa, suo malgrado, addirittura inconsapevole, comunque obbligata.

Sin dalla nascita si entra in pista e non resta che correre.

Perché? “ si domandò.

Una realtà accettata, indiscussa anche se qualcuno comincia a dubitare: “ E’ davvero un destino ineluttabile e inesorabile essere perenni maratoneti in corsa?”.

E se il piede cede e il passo rallenta?”pensò.

Le rispose il camionista che la tallonava. Non gradiva la sua velocità.Eppure lei viaggiava nella prima corsia, quella dei mezzi lenti appunto.

Non c’è posto – si disse – per chi rallenta. Ti strombazzano addosso, vieni lasciato solo, il tuo ritmo non è compatibile con quello del nuovo tempo”.

La tristezza tentava di opacizzarle la vista ma i suoi capelli ebbero un moto di riscossa.

Eh no! C’è una possibilità di riscatto” si disse imboccando lo svincolo autostradale.

Saltar giù dal tapis roulant, sganciare le catene che schiavizzano, riappropriarci delle nostre vite”.

Vide scorrere la frase sul segnale stradale che le indicava il casello.

Pagò il pedaggio e si avviò su una strada secondaria peraltro trafficata.

Le apparve il cartello: “Salto di sola andata verso L’ISOLA CHE C’E’”.

Pigiò il piede sull’acceleratore.

Questo non è un salto col body jumping, con ritorno” si disse.” Questa è l’entrata nel mondo nuovo” .

Spalancò il finestrino e lanciò il cellulare che già iniziava a strillare: “ Fermati! Senso vietato! Uscita impossibile!” mentre il sorriso le allargava il cuore e lo sguardo si adagiava con soddisfazione sul paesaggio ancora libero.

Dimmi cosa ne pensi, te ne sarei grata.

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