Il deserto di Atacama

Raccontava un amico astronomo: sono andato nel deserto di Atacama.

Là ho conosciuto il buio, quel buio che ingoia mani e piedi, senti le tue estremità ma non le vedi.

Tutto affoga nel nero.

Non vedi neppure le montagne. Riconosci, dopo lunga osservazione, che in cielo, tra le altre cose, c’è una linea segmentata, disegnata, e capisci che è il contorno delle vette.

Di fronte a quel buio ricco di miliardi di stelle rischi una crisi di panico, pare che la cupola stellata precipiti su di te.

Poi ti accorgi che il terreno è illuminato, nel grande buio comunque scorgi una luminosità: son le stelle, così tante che sulla terra piove il loro lucore.

Infine il silenzio: se di giorno soffia sempre il vento, correnti salgono dal Pacifico e creano correnti ventose perenni, al calar della sera scende il silenzio.

In quel silenzio globale, nemmeno un fruscio di foglie e rami. Non c’è vegetazione. Nemmeno un verso di uccello, uno scalpiccio di animale: non ci sono forme di vita lì, in quel deserto dove un cespuglio bianco ( di che? di salsedine?) resiste nudo e crudo appeso alla roccia da chissà quando. Nessun agente atmosferico lo corrode. Resta lo scheletro di un cespuglio, un tempo vivente, ora fossilizzato, appeso, bianco, traccia di vita di un tempo.

Lì dicevo, in quel silenzio inimmaginabile, a un certo punto percepisci un rumore, un fruscio, e ti chiedi cosa sia. Ma non è fuori di te. É dentro e fuori di te, è il tuo respiro. Quel respiro che qui, nel bailamme assordante del quotidiano possiamo percepire con lo stetoscopio o prestando totale attenzione al respiro, per controllarne il ritmo e la profondità, come durante la meditazione, là è un rumore che di primo acchito crea ansia.

Sai che intorno a te non c’è vita eppure c’è quel rumore. Ma solo dopo qualche secondo comprendi che è la tua vita che scorre a produrlo, sei tu che vivi, tu che respiri.

Poi percepisci un altro rumore ritmico, pulsante e questa volta intuisci velocemente che è il tuo cuore: il battito del “ paron de caxa” è il suono che ti dice che nel deserto c’è una forma vivente viva. Sei tu.

Tu, solo nell’universo con miliardi di stelle, lontane, la cui luce comunque arriva a te, tu e il silenzio e il tuo cuore pulsante.

E percepisci infine anche il fruscio del sangue che scorre nelle vene, lo senti quel rumore che a volte ti sorprende a letto, quando poggi la testa sul cuscino, senti  fluire flusso vitale.

Lì nella notte del deserto senti quello scorrere che ti dice “ sei vivo”.

L’unica voce oltre a quella delle tue corde vocali, voce che non osi quasi modulare.

Troppo grande lo spazio, il cielo, il deserto, il silenzio, troppo tutto per te, solo per te, non puoi condividerlo con una lepre, un uccello, un cespuglio fiorito.

L’esperienza atavica affossata, annidata in qualche parte del cervello, riporta una parte di te alle origini, agli albori della progenie umana, quando gli occhi stupiti ammiravano la potenza del Sole, con paura le ombre avanzanti, con gioia il ritorno della luce. E tutto si animava dello spirito divino. Anche il progenitore antico delle grotte sentiva emanare da quel mondo così lontano e acceso da mille luci il sacro, investire la terra, e lui qui vivente, scopriva di essere piccola creatura di fronte alla divinità onnipotente, che tutto crea, che tutto sa.

E nascevano in lui canti e preghiere di lodi e di ringraziamento.

Nel silenzio, nel buio, nella vastità l’uomo recuperava la sua dimensione di creatura, immersa nell’universo, scopriva la piccolezza e brevità del tempo umano, nascevano i primi interrogativi: chi sono io? dove sono e dove vado? e dopo? che ne sarà di me?

Alzare gli occhi al cielo aiuta a recuperare la dimensione verticale dell’esistenza, ora ridotta a semplice riga tracciata sulla terra.

Un bagno nel deserto di Atacama ci mette a nudo davanti a noi stessi, all’universo, rischiando magari una forte crisi di panico. Quel deserto potrebbe essere qui, vicino a casa: basta spegnere le inutili e costose luci notturne e riappropriarci del cielo.

 

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