Vaja, lo Spirito del Vento

Marcesina aveva fatto del suo regno una terra di sogno: pascoli e boschi, strade, sterrati per escursionisti, qualche casone in legno e lamiera per i boscaioli di un tempo ed ora residenza estiva per chi, in quella terra, affondava le radici della propria storia.

Marcesina era il nome della principessa e del suo regno e piacevano molto, entrambe.

Il suo regno era molto frequentato, perché ricco di boschi e poi da lassù si godeva una vista mozzafiato: la pianura a sud, immensa, e le grandi vette a nord.

C’era una zona ristretta e speciale nella quale gli abeti rossi erano detti “ di risonanza”, con i loro legni si costruivano violini.

Oh! Ma non era stato sempre così, no no.

Su quella terra erano corsi fiumi di sangue, non d’acqua. Qui l’acqua caso mai scarseggiava visto il tipo di suolo carsico.

Il sangue invece aveva colorato l’erba e i crochi, il tarassaco e i ciclamini.

La guerra aveva fatto saltare roccia, alberi, tutto minato e sconquassato, tutto esploso e bruciato.

Quando cessarono le artiglierie e i bombardamenti, rimase il silenzio di una terra morta.

Sì, perché anche gli animali erano fuggiti. Che ci stavano a fare lì se nidi e tane volavano in pezzi con piume e tutto quel che c’era?

A quel punto Marcesina prese il coraggio a due mani e andò dagli umani, lei principessa della montagna.

Con un gesto d’amicizia, con una parola di speranza, col sorriso giovane e ammaliatore, aveva convinto le popolazioni dei paesi intorno a risanare quella terra devastata.

Era un sogno certo, un miraggio ma anche i paesani avevano bisogno di credere che le loro terre sarebbero tornate a vivere e a fiorire.

Fu così che una piccolo gruppo di uomini, donne e bambini, giorno dopo giorno, un albero qua uno là, riempirono le buche scavate dalle bombe, tappezzarono i fianchi dei rilievi, portarono le loro mucche su nei pascoli che miracolosamente tornavano verdi.

A volte la guerra pareva continuare: qualcuno raccattava il materiale abbandonato: un casco, un proiettile, una mostrina, portavano tutto giù in paese, pian piano nacque un museo. Dalla Guerra alla Pace lo titolarono.

Intanto Marcesina, dalla sua residenza nei Castelloni di San Marco, osservava il miracoloso mutare del paesaggio, la sua rinascita.

Le linee dei rilievi non erano più come tratti di penna contro il cielo, cominciavano a svettare le cime degli alberi, quasi un velo piumato ondeggiava al vento.

I canti degli uccelli rimbalzavano da colle a colle, i prati erano attraversati da veloci caprioli e e timide bianche lepri, tintinnavano i campanacci delle mandrie.

Nella mente degli uomini la memoria della guerra svaporò, ora salivano sulla vasta piana a lavorare, per tenere puliti e sani i folti boschi, per ricavarne legno da vendere, per farne case, tavoli e violini e tanto altro ancora.

Marcesina dall’alto del suo regno gioiva, ovunque girasse lo sguardo vedeva la pace.

Era felice e orgogliosa. Mai più disastri nel suo regno, lo avrebbe ben difeso lei, coi suoi amici alberi e animali, e anche con gli umani che ne condividevano le sorti.

Su quelle verdi alture scorreva spesso Vaja, lo Spirito del Vento, soffiava di monte in monte, sempre in movimento, ma quando arrivava nei pressi dei Castelloni, il suo cuore tremava e il suo soffio si tramutava in canto.

Si era invaghito della dolce, verde principessa di quella montagna.

Un giorno col suo soffio più musicale penetrò nel Castello, si presentò a Marcesina, la chiese in moglie, in modo così convincente e passionale che ogni principessa avrebbe potuto dire solo: SI.

Ma non lei, lei mai avrebbe abbandonato il suo maniero, il suo regno, dopo averlo fatto risorgere poi lo sentiva come una creatura bisognosa di protezione, no, non poteva lasciarlo.

Al massimo poteva ospitare lì nelle sue terre Vaja come amico, le era molto simpatico, sapeva fischiare correndo nei labirinti del castello in modo insuperabile e poi riusciva a far risuonare tutti i suoi boschi.

Un maestro era, non c’era dubbio, il più grande maestro che lei avesse conosciuto.

Vaja non si rassegnava al ruolo di amico, così ogni tanto saliva da lei a rinnovarle la proposta, la colmava di doni e di attenzioni, le cantava le canzoni più belle.

Per lei dirigeva concerti che nessun umano aveva mai udito e le genti salivano fin lassù ad ascoltare, trascinati da quella grande magia.

Marcesina gradiva, ascoltava, sorrideva, ringraziava, ma … rifiutava la proposta.

Un giorno fu costretta a cacciare Vaja che insistente la circondava, fino a che, stufa della sua testardaggine e della sua forza prorompente, esclamò:

Vaja, te l’ho già detto tante volte. Amici, possiamo essere solo amici e basta. Se non ti va, te lo dico chiaro e tondo: vattene e non venire mai più” .

Vaja incassò il rifiuto con dolore e apparente rassegnazione, salutò Marcesina, gli occhi la supplicarono fino all’ultimo sguardo, poi se ne andò.

Di corsa scese l’altopiano senza voltarsi indietro, disperato, e la rabbia gli cresceva dentro sempre più forte fino a fargli sentire il gusto della vendetta.

Correva strappando qualche albero, spelacchiava i pascoli, gli uccelli al suo passaggio si alzavano in volo spaventati.

Poi venne la quiete. Per diverso tempo la vita continuò serena e fruttuosa.

Elena sul prato giocava con Serena, la bimba, era un pomeriggio d’autunno inoltrato.

Soffiava un vento allegro e forte, era un suono familiare, una carezza nota e amica eppure,… Elena sentiva una mano nuova tra i capelli, più decisa del solito, e un rombo pareva scorrere tra le vie del paese e sui fianchi della montagna.

Un suono poco rassicurante.

Decise di rientrare in casa: “Vieni Serena, è ora di merenda, andiamo a farci un bella cioccolata bollente!” e trascinò allegramente la figlia prendendole saldamente il polso. Quasi temesse che una folata improvvisa gliela rubasse. Sì, il vento si stava rinforzando improvviso, cigolavano lamiere e mugulavano gli abeti.

Entrarono correndo, Serena rideva per questa improvvisa corsa.

Una volta entrate, Elena si affrettò a chiudere le imposte, le pareva che il vento avesse mille mani che si intrufolavano ovunque.

Chiamò il marito, lontano da loro, non solo per lavoro, voleva condividere la sua ansia. Il tempo di spiegargli questa atmosfera strana e paurosa, di sentire la sua calda voce che le avrebbe detto:

Suvvia fifona, sai bene che da noi il vento è di casa! Sarà una bufera passeggera…” e bruscamente la linea cadde contemporaneamente al buio profondo.

Mancava la corrente, forse un guasto si disse Elena, adesso la rimettono in circolo. Intanto con la figlia si erano rannicchiate sul divano. Le raccontava fiabe sperando di trasmettere alla bimba la serenità che lei non aveva.

Alle spalle c’era la finestrella che dava sui pascoli del nord, l’unica senza imposte, e anche da fuori trapelava il buio. Almeno ci fosse stato lì con loro Luca! Lui sì era forte e coraggioso, lui sarebbe sceso a riattaccare la corrente e lei avrebbe avuto qualcuno cui raccontare le sue paure. Ma Luca era lontano e le loro strade parevano essersi divise.

Una luce rosso sangue si accese improvvisa alle loro spalle: si girarono entrambe! Non era la luce dei lampioni, lì sui prati non c’erano i lampioni, e poi mancava la corrente, era buio ancora, e il telefono sempre muto, no questa luce era come una palla rosso sangue che accese riverberi sinistri sulle loro facce, poi penetrò con uno schianto dalla finestra chiusa e si propagò nella cucina attraversando ogni parete fino a dileguarsi.

Elena quasi svenne, non lo fece per la figlia che chiamava:

mamma, mamma, che cosa succede? Una palla di fuoco!” e lei si alzò brancolando con la figlia stretta per mano mentre alla porta qualcuno bussava.

Arrivarono alla porta senza inciampare e trovarono la sorella tremante: raccontava di essere sfuggita per miracolo alla caduta di tanti abeti, tutti in fila come nani giganti, uno era caduto sul furgone che viaggiava davanti a lei, un uomo era sceso e lo aveva spostato, giusto in tempo per ripartire e alle loro spalle videro crollare i boschi come sotto un rastrello gigante. Spazzolava, pettinava, brutalmente accarezzava i fianchi della montagna strappando ogni cosa.

Sì, anche lei aveva visto la rossa palla di fuoco, sì, era appena entrata, era ancora sulla scala quando la vide apparire alla finestrella a nord.

Si abbracciarono tutte e tre, poi a tentoni entrarono in casa, si diressero verso la camera grande e si stesero insieme sotto il piumino. Aspettando che la bufera di vento cessasse. Ora era in piena esplosione, sentivano la sua voce entrare da ogni fessura, squassare i tetti con la sua voce rabbiosa.

Si addormentarono stremate e al mattino aprirono gli occhi nel silenzio assoluto.

Uscirono sul terrazzino, guardando il paese rimasto miracolosamente in piedi. Poi lo sguardo si spostò verso nord e lì videro il nulla. Nuda calva montagna ai loro occhi.

Marcesina dai Castelloni rimirava piangendo quella devastazione, capì che Vaja si era vendicato di lei, del suo rifiuto, lasciando dietro sé il deserto.

Uscì a cercare sentieri cancellati, boschi schiantati, quasi a conteggiare l’enormità del disastro.

E vide, nella pozza d’acqua sulla sommità del monte sguazzare una rana, no forse un rospo, strano non era tempo di riproduzione questo per le rane, dovevano attendere la primavera, che ci facevano lì in mezzo al nulla quella pozza d’acqua grigia e quel rospo gigante?

Poi saltò all’indietro prima che l’animale le saltasse intorno, non era un semplice rospo, era Vaja, tramutato dalla sua stessa violenza, che ancora cercava lei , Marcesina, una sua carezza, solo così avrebbe potuto tornare ad essere se stesso.

Marcesina lo guardò quasi schifata, arrabbiata e ferita, poi sentì che non poteva lasciare prigioniero in quell’essere grigio lo Spirito del Vento.

Si chinò, lo toccò piano e improvviso sentì un ampio respiro colmare il cielo e tutto si trasformò sotto i suoi occhi.

Pareva che la linea del tempo scorresse al contrario, come nella moviola, e rinacquero i boschi, i pascoli verdi, sentì l’aria riempirsi di canti d’uccelli, lontano risuonavano i campanacci delle mucche al pascolo.

Giù in paese Elena aprì la porta, qualcuno aveva suonato il campanello, chi era a quest’ora dopo quanto accaduto? Prima che se ne rendesse conto sentì Serena arrivare di corsa alle sue spalle gridando: “ Papà, papà, è tornato papà!” e tre persone si fusero in un solo grande abbraccio.

5 febbraio 2019

Un pensiero su “Vaja, lo Spirito del Vento

  1. Bella trasposizione in natura delle difficili storie d’amore tra le persone, con le conseguenze disastrose che hai descritto. Il male però si cambia in bene e questo avverrà lo so, per ciascuno di noi. Certo i fatti della montagna dei mesi scorsi non possono essere dimenticati.

Dimmi cosa ne pensi, te ne sarei grata.

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