Cecilia

Perché Cecilia amava così tanto Venezia?

Non era la sua città natale, l’aveva vista, non conosciuta, la prima volta quand’era ormai grandicella.

Conosciuta è una parola troppo grande per essere vera. Nemmeno adesso la conosceva.

Scendeva dal treno e camminava, senza mappe, senza mete. La meta era il palazzo, il campiello, lo slargo, la chiesa.

Ogni passo una meta. Meritava una sosta, uno sguardo d’insieme, uno studio attento, un respiro fondo, meritava che lei si sedesse e restasse in attesa, a lasciarsi penetrare dall’anima della città.

Per questo, dopo tanti anni, non l’aveva ancora attraversata del tutto, per questo sceglieva di andarci da sola. Era un incontro d’amore, solo suo.

Da qualche tempo sentiva come un richiamo, di essere che più non esiste, volato lontano. O inabissato.

I suoi passi si specchiavano sempre più spesso in pozze d’acqua salmastra, ogni volta più larghe e profonde.

“Acqua alta”, dicevano.

“La fermeremo”’ strillavano le voci sedute più in alto.

Cecilia aveva imparato a viaggiare con gli stivaloni nella borsa. Da indossare quando mancavano le passerelle e l’acqua arrivava al ginocchio.

Aveva imparato a distinguere i suoni della sirena, ormai conosceva gli umori del mare e del vento, il sapore del sale, il peso del velo dell’umidità. Le pareva di cogliere lo sprofondare silenzioso di millesimi di millesimi di millimetri, ogni giorno, ogni sera.

Nelle calli affollate viaggiava un’umanità ignara, beava lo sguardo, non andava oltre le facciate imbrillantate. Non vedeva i masegni rosicchiati dalle ondate, né i muri segnati da solchi verdastri profondi, sempre più alti, sfregi ad ogni facciata.

Il rosa e l’azzurro si contendevano il cielo al tramonto, nel rosso confinante con l’ombra scura, la città si incamminava alla notte.

Luogo di poesia che aveva una voce e Cecilia la conosceva. A volte era un urlo profondo.

L’urlo di Munch.

Squarciava il Canal Grande quando enormi mostri marini, tecnologiche città galleggianti, si avvicinavano ai palazzi lungo le sponde.

Un merletto, una trina, sfiorata da dinosauri. Si nutrivano della laguna, si cibavano della sua bellezza. La sfarinavano per una manciata di soldi. La città svenduta alla furia del mare.

E sì che terra e acqua su quelle rive avevano stretto un patto amoroso: ogni anno era ricordato lo Sposalizio del Mare. Su imbarcazioni preziose, con riti ormai sacri, veniva rinsaldato un legame nato da necessità. Isole, piccole e sparse su terreno acquitrinoso. Terra verso cui scappare e vivere per tanta gente.

Palo su palo, arazzo su arazzo, tessera su tessera, colore su colore, sorse un miracolo, la laguna lo accolse, terra e mare vissero in abbracci lunghi e serrati, per secoli.

Poi la violenza, poi la stupidità.

Infranto quel legame, la città ora inabissava, l’acqua più non la sosteneva, qualcuno aveva tagliato le fondamenta, scavato viscere sotto il mare. Si aggiungeva lo scirocco a far perdere la testa alle onde che salivano prepotenti sempre più alte.

Venezia sussurrava, implorava, piangeva.

La gente la attraversava incosciente, ammirando e rimirando ciò che tra poco sarebbe stato un sogno riflesso nel fondo.

Cecilia viveva lo strazio.

Era lì quel giorno in cui una nave, più alta del palazzo più alto, cominciò a sbandare, alla deriva sbatté le sue fiancate sui moli, ondeggiò verso la piazza, infranse i masegni, il muso sfiorò Palazzo Ducale. In alto i passeggeri urlavano, non si sa se paura o stupore, brivido imprevisto di una crociera lussuosa. Poi scese il silenzio.

I motori tacquero, le grida, quasi squittii, sparirono. Restò la ferita.

Cecilia comprese che la vita in quelle calli aveva tempi brevi.

Era lì anche il giorno in cui tutto annegò sotto un’alta marea impossibile. Abituati a una vita di alti e bassi quasi imprevedibili, gli abitanti avevano appreso l’arte della sopravvivenza, in mezzo a sicuri e costanti danni.

Ogni volta che un riquadro di piazza si asciugava al sole, tornavano a respirare a pieni polmoni. Al sole asciugavano anche le proprie paure. Ma i volti, Cecilia ne conosceva tanti, avevano ombre ogni giorno più scure e nuove.

La sirena lanciò i segnali, pressanti, spingendo la gente a mettere tutto all’asciutto. Mare e cielo stringevano un abbraccio che conosceva l’odore del dolore.

L’acqua con mille mani entrò tra fessure e porte, invase lenta e decisa scalini e stanze, penetrò muri e mosaici, affamata avanzava, lambiva, toccava, impregnava, scioglieva, intaccava.

Sulla riva di qualche canale il mostro ormeggiato aspettava: anche il disastro era stupore, occasione di meraviglia, anche la morte si faceva spettacolo.

Cecilia aspettò, l’acqua si ritrasse ormai stanca di tanti malanni.

Cecilia comprese l’agguato del mare.

Chiedeva la vita d’un tempo, legami con l’uomo di amore e rispetto.

Un animale ferito, con rabbia dolorosa gridava d’essere risanato.

Da sola che poteva fare?

I mostri si placano con sacrifici.

O con gesti d’amore.

Lanciò anche lei il suo grido d’aiuto, echeggiò lontano, accolto, ascoltato.

Mani generose arrivarono a togliere il fango, a ripulire interni ed esterni, l’aria si fece viva, l’ acqua salutava con qualche ultimo sbuffo pacificato.

Sfilarono passi fangosi per calli e campielli, striscioni volavano alti.

Un’onda di voci trapassò muri, superò uscieri e cancelli, mise su un piatto le sorti della città.

Sull’altro la vita. Il rispetto.

Fu paura? O forse saggezza?

Mutarono le menti, le scelte.

Venezia era per tutti. Venezia era per sempre.

Dimmi cosa ne pensi, te ne sarei grata.

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