Nel frullato di pesca

Alice si affrettò a preparare il frullato. Caldo era caldo, la sete era grande, ma anche la fame aveva creato un vuoto nello stomaco che non sapeva come riempire. Perché ogni cibo, lo sentiva, era fonte anche di calore, non solo di calorie.

Era tornata dalla discarica: ancora trasloco, era piena estate, a piedi o in auto era come entrare in una caldaia.

A piedi nudi si affrettò verso i cassetti della frutta: lì trovò ciò che le serviva.

Banana, arancio, limone, pesca: mise tutto nel frullatore, poi versò nel bicchiere color d’estate e cominciò a bere.

Il profumo, il gusto di pesca inondava ogni angolo della bocca, del naso, del cervello, immagini sorsero potenti, giovinezza, infanzia si rincorsero per trovarsi lì dentro quel fresco bicchiere.

Sì, lei ora sorseggiava piano, per dare tempo alle immagini di scorrere, nel film del cuore.

Il giovane albero di pesco, si ergeva solo tra tralci di vite, ma il grande, vecchio albero di famiglia, quello che stava “ntel canton”, allungava i suoi rami pesanti di grossi frutti dalla riva scoscesa.

Pesche immense, di polpa bianca, di buccia pelosa, profumavano ancora appese ai rami.

Vedeva sé stessa bambina allungare le mani per avvicinare a sé i rami lontani. Sceglieva al tatto i frutti che promettevano sugo maturo, li staccava  con gesto quasi sacro, li deponeva, lenti, nel cestino di vimini bianchi.

Poi, prima di avviarsi a casa col cesto colmo di delizie, affondava i denti nel frutto più bello. Il sugo colava sul mento, inondava testa e cuore, corpo e mente, lì in quel frutto era raccolta la storia di chi aveva piantato il pesco, ora passato ad altra vita. Aveva lasciato qui per lei, per loro, il ricordo di un amore, per la terra, il nipote, i suoi figli, qui coglieva volti di un tempo passato, di foto in bianco e nero, seriamente compresi di lasciare che non solo i lineamenti del viso ma anche l’anima venisse catturata in una immagine.

La bimba gustava seduta sull’erba secca e alta, profumava di stoppie estive, di mentuccia selvatica. Lei allungava le magre gambe e beveva il frutto.

Ora Alice gustava non solo il sapore, odorava il profumo, aspirava la vita estiva raccolta nel frutto di pesca e viveva nuovi istanti di giovinezza.

Dentro il frullato gustava epoche diverse di vita. Arrivata all’ultimo sorso, alzò il bicchiere lasciando che pigramente le ultime dense gocce fluissero, negli occhi chiusi sfilava una storia.

Dimmi cosa ne pensi, te ne sarei grata.

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