Pittrice improvvisa

Alice aveva capito di possedere una specie di termometro per ciò che riguardava le proprie emozioni, difficoltà, pensieri.

Piano piano aveva imparato a collegare gli eventi che viveva coi segnali che il corpo inviava.

Aveva cominciato col mal di testa.

Nasceva silenziosamente subdolo, poi le scoppiava la tempia e doveva immergersi nel buio e nel silenzio finché passava.

Intanto anche lo stomaco si ribellava: si annodava, non mangiava, anzi caso mai vomitava, a vuoto o per davvero, tutti i bocconi che aveva ingoiato senza saperlo, senza volerlo, senza accorgersene.

Ci aveva messo anni a captare questo collegamento stretto tra corpo e psiche finché aveva imparato a decifrare il linguaggio.

Ora sapeva prevedere i propri malesseri: li intuiva prima che si manifestassero, semplicemente leggendo dentro gli eventi vissuti.

La voce, ah! la voce… se si trovava in una situazione di grande stress poteva accadere che sparisse, afonia assoluta, sentiva una mano di ferro stringere le corde vocali, dolorosamente, fino a percepire in tutto il collo la durezza di quella presa.

Significava che lei non era pronta ad affrontare il momento, pronta nei fatti, nella preparazione, pronta emotivamente.

Quando la tensione si allentava perché decideva di mollare tutto e andarsene, ecco che magicamente la voce tornava coi suoi toni morbidi e caldi.

Per non parlare della schiena: zona lombare bloccata, certo aveva sollevato pesi, era poco allenata, sì vero, ma accadeva solo quando sulle spalle gravavano tanti problemi insieme, tante responsabilità, vere o presunte, perché Alice era brava a caricarsi di pesi.

Lo schianto avveniva certamente perché non era stata cauta nel sollevare ma soprattutto perché aveva messo sulle spalle sacchi pesanti, non tutti suoi oltretutto.

Pian piano era diventata la psicoterapeuta di sé stessa e poteva quasi esserlo per gli altri.

Difatti ora osservava le persone con nuovi filtri, voleva capire, leggere oltre il muro di muscoli ed ossa.

Vedeva corpi rigidi come marionette, impeccabili negli abiti eleganti che li avvolgevano, pronti a spezzarsi se appena appena si fossero piegati improvvisamente.

Intuiva dai tratti di quei visi una rigidità di pensiero e di azione, vedeva la corazza tenere saldamente dentro il cuore ogni emozione, erano volti lisci, senza rughe, non importava gli anni che avevano addosso.

Le emozioni, che di certo avevano colorato i loro giorni, erano state assorbite e ingabbiate, fatte sparire senza lasciare traccia.

Poi ecco venirle incontro un corpo ingobbito, giovane o vecchio non faceva differenza, le spalle ricadevano ugualmente in avanti, pendule, racchiuse in un arco proteso verso il basso e lo sguardo assecondava la discesa.

Guardava i piedi sul selciato, le buche che incontravano, faticavano a staccarsi dal basso orizzonte per andare verso l’alto, colorato spesso di azzurro.

Erano le anime spaventate, lei sentiva quasi sulla sua pelle le loro paure, le ansie, già vedeva scattare la difesa, fisica prima che emozionale e mentale, si rinchiudevano tutte nel proprio uovo prenatale, là dentro si sentivano protette.

Anche la mano, se fosse stata proprio costretta da esigenze di saluto, si allungava titubante toccando appena le dita che incontrava.

Monadi vaganti, isole sole nel mare dell’umanità e lei, Alice, come avrebbe potuto aiutarle?

Allungare loro una scialuppa, allargare le braccia per accoglierle nel suo luminoso mondo che conosceva la pioggia e il vento delle burrasche ma anche il calore del sole che sempre tornava sopra le nubi a scaldare?

Osservava i volti dei passanti, dei tanti abitanti della città che si muovevano silenziosi come fantasmi, il silenzio stava cancellando i saluti, il normale chiacchiericcio dell’umano borgo.

Alcuni erano ricchissimi di solchi di vita, lì dentro erano scorsi fiumi di pianto di sicuro ma anche infiniti sorrisi che avevano stampato il proprio segno indelebile ed ora gli occhi raggrinziti parevano sorridere di vita propria, così luminosi dentro piccole orbite che lentamente si chiudevano al mondo.

Altri restavano alteri chiusi impassibili, levigati senza botulino, non avevano conosciuto le scosse delle emozioni che solleticano continuamente l’anima dei vivi, facevano pensare a un cortile di cemento perennemente spazzato per allontanare ogni foglia caduta, ogni traccia di vento, di pioggia, di vita, tutto lindo e pulito, tutto freddo, statue belle e inerti su cui il muschio sarebbe forse cresciuto nel tempo, forse, perché vita cerca vita e morte cerca morte.

“Come aprire il cancello di quel cortile?” si chiedeva Alice.

Leggendo il suo corpo aveva appreso l’arte della lettura dell’anima, un bel dono che però le pesava addosso come un cappotto che qualcuno le aveva infilato suo malgrado.

Non le bastava aver imparato a leggere, ora sentiva che doveva farne tesoro e portare sorrisi sui volti che incontrava, aprire le cuciture di tante bocche saldamente orlate di fitti punti per assicurarsi che avrebbero taciuto per sempre.

“No, così non va” si disse un giorno Alice e uscì con passo veloce e un mazzo di pennelli in mano, nell’altra teneva stretta la tavolozza dei colori.

Pittrice improvvisa” si disse, “sarò io la mano che con una botta di pazzia spalancherà i portali di un mondo nuovo” e si incamminò verso il centro storico che più necessitava del suo intervento.

Voleva disegnare sorrisi sui volti, negli occhi, disegnare abbracci in quelle piazze ormai rinsecchite e fredde, farne finalmente un teatro di vita.

Dimmi cosa ne pensi, te ne sarei grata.

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