Un’erta quasi interamente sassosa, non pietrume a caso, sassi ben disposti, a formare gradini, dentro una stretta valle, Val Frenzela, che sale da Valstagna alla Contrà Sasso, scavata nella roccia.

Salire è duro, servono muscoli forti, ginocchia solide, cuore abituato a percorsi in forte pendenza.

All’inizio sono interamente presa dal mio respiro, accelerato, devo dosare la velocità, attendere che il corpo risponda a questo sforzo inusuale.

Intanto mi addentro sempre più nella valle, è mattina presto, le rocce nascondono il sole, si avanza nell’ombra fresco-umida, nel terreno a tratti scivoloso. Qualche giorno prima un violento nubifragio ha scaricato tonnellate d’acqua in breve tempo, se ne vedono le tracce.

Ad uno slargo, sono ancora nella parte bassa del percorso, il sole sbuca dalle cime di grigia roccia e alza vapori e profumi da una macchia folta di alberi delle farfalle. Prima della visione del cespuglio, mi accolgono ondate di profumo, tanto che lo sguardo si alza curioso a cercare la fonte.

Da dove viene tutto quel profumo? E la scia odorosa mi guida gli occhi agli arbusti colorati di viola, ergono le infiorescenze, come candelabri, al cielo. Incenso alla divinità pare!

Il cammino non si arresta, troppo presto per fare soste. Si avanza e comincia la ripida salita. Mi immergo nel bosco, ora sì è bosco, irto erto, con questa strada sassosa, a gradinate, con una canaletta al fianco. Ogni tanto mi arresto per rallentare il ritmo del cuore e del respiro, gocce di sudore scendono, siamo dentro il bosco e l’umidità raccolta piove su noi. Lo sguardo indaga insieme al pensiero, l’immaginazione fa il resto.

Vedo scendere e salire da quella via uomini e donne, carichi di qualcosa. Gli uomini trainano a valle i tronchi tagliati sull’altopiano. Cosa può offrire la montagna in quei secoli? Non certo turismo, non si sa che sia, neppure esiste il vocabolo per indicare spostamento di massa di persone per visitare luoghi. Al più questo avviene se la meta è un santuario, allora sì, si fa il pellegrinaggio, disagevole alquanto ma la meta ne vale tutta la fatica.

Qui il santuario è il bosco, terra di magia ai miei occhi, adesso, terra di fatica un tempo, che al massimo poteva offrire legno per tavolame e per accendere fuochi.

Ma c’era allora la Serenissima, a Venezia il legno era materia preziosa e cercata. Ne serviva molto per costruire galeoni e caorline, gondole e bissone, burchielli e galeazze, e tartane e molto altro ancora. Venezia chiedeva legname, l’altopiano rispondeva. I boschi divenivano così una fonte di reddito. Si cercavano gli alberi migliori, i tronchi tagliati scendevano a valle trainati da robuste braccia, anzi… a volte frenati per la gran pendenza, dentro la canaletta a fianco dei gradini. Poi avrebbero galleggiato sulle acque della Brenta, fino alla laguna.

In cambio venivano tolti i dazi, si guadagnava qualche moneta e si risaliva la strada stanchi ma soddisfatti, carichi di sabbia, sale e farina, introvabili in montagna.

Su e giù, per una strada prima ideata, poi costruita a forza di braccia, scavata nella roccia, al tempo di Gian Galeazzo Visconti ancora nel XIV secolo.  

E’ la scalinata più lunga d’Italia e una delle più lunghe al mondo. Si allunga con un dislivello di 800 metri circa in pochi chilometri.

E’ stata per secoli una importante via di comunicazione tra Val Brenta e Altopiano dei Sette Comuni. Ha perso la sua  importanza solo quando vennero costruite, a metà del 1800, la Strada del Costo e, ai primi del 1900, la Ferrovia che da Piovene Rocchette portava ad Asiago.

Venne poi recuperata per la sua bellezza, una attrazione turistica insieme ad altre in questi luoghi: Oliero e le sue grotte per dirne una, il Brenta e le sue meraviglie, l’altopiano e la sua storica bellezza.

Che dire? Salendo per quei sassi colmi di passata pioggia e umidità, mi chiedo come potessero salire e scendere con le braccia e le spalle gravate da pesi enormi, generazioni dopo generazioni.  Necessità, bisogno di sopravvivenza. Fatiche immani che montanari e valligiani hanno da sempre conosciuto e che hanno forgiato anche i caratteri oltre che il fisico.

Per me, che mi inerpico da turista su questa storica via, facile immaginare qualche anguana sgusciare tra le cavità nascoste del bosco. A volte rumori improvvisi fanno pensare a un sasso che rotola, a un calpestio di passi… forse un animale selvatico.

Io vedo invece un personaggio di fiaba. Sarà che lungo il cammino ho visto una colonia di farfalle brune, grandi, succhiavano imperturbabili davanti agli scatti fotografici. Sembravano star abituate alla passerella, ignoravano totalmente gli umani, loro esseri di bosco.  Se volevo entrare a contatto con quel mondo dovevo anch’io abbandonare la mia mentalità di umana e farmi creatura di bosco io stessa.

La metamorfosi è quasi completa.

Salgo l’ultima rampa che sembra non finire mai.

Interrogo un turista in discesa. Sornionamente risponde: “manca poco all’arrivo, 10, forse 15 minuti ancora. C’è una bella salita, la scoprirete” e si allontana col sorriso sotto i baffi per non dire di più.

Forse, notando il volto arrossato e sudato, pensa sia meglio tacere sulla ripidità di questo ultimo tratto. 15 minuti sì, di salita ripidissima, ormai sembra di vedere il cielo libero, prima invisibile. Pensi:”sono arrivato”.

Ma quel cielo sembra spostarsi coi passi che fai. Tu sali e lui sale. Ci sarà l’arrivo?

E’ sempre dopo la prossima curva!

Sorprende, il verdissimo prato su cui si sbuca. Davvero è l’uscita da un mondo di fiabe al mondo reale. Panchine e gazebo accolgono i gitanti stanchi, arrivano ciclisti, turisti, chi sale chi scende. Tutto normale.

Il bello è laggiù, nella Calà del Sasso.

Dimmi cosa ne pensi, te ne sarei grata.

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