Alla scoperta dell’Isola d’Oro – 2 puntata

Riprendo il discorso sospeso nella puntata precedente. Lo so, anche stavolta, dell’Isola e di Venezia, potrò raccontare solo briciole. Importante è per me “narrare” un luogo sapendo che non è la stessa cosa “viverlo”.

Eravamo sbarcate al Lido di Venezia con l’intento di andare a vedere presso il Casinò il grande Leone Vaia, di Mortalar. Nel lungo assolato pomeriggio però ci siamo lasciate tentare da uno stupendo risciò col quale abbiamo voluto andare alla ricerca dei luoghi più caratteristici, ci siamo dirette verso San Niccolò. Pedalando allegramente avevamo raggiunto e costeggiato l’Ospedale al Mar. Impossibile non fermarsi a raccontare.

Ma ora continuiamo la pedalata, fino all’ultimo bar della spiaggia, là dove spariscono gli ombrelloni e la spiaggia si fa libera, dove la sabbia non è più pettinata ma colma di erbe lunghe, secche e di irsute bacche spinose. L’intento è di vedere il Mose, le sue 78 paratie dalla lunga e tormentata vita, ancora dormiente.

L’aria è luminosissima, qualche turista steso al sole d’una spiaggia vuota legge sotto il caldo sole, noi camminiamo lungo la battigia, piedi a mollo, cerchiamo conchiglie speciali. Lì non passa nessuno a pulire coi rastrelli; ciò che il mare deposita, resta. Come quell’immenso tronco color grigio – bianco. Non era certo così quando qualche torrente impetuoso e improvviso l’ha strappato al bosco.Ha l’aria di uno scheletro sbiancato dal tempo, invita lo sguardo, la mano, pare quasi dica:” raccoglimi, lavorami, vedrai quante storie ti saprò raccontare”.

Non siamo artiste, men che meno del legno, anche se già intuisco dentro quelle fibre sfibrate volti e mani allungarsi, uscire quasi da soli a popolare la spiaggia.

Tiriamo innanzi, quel tronco resterà nel cuore e negli occhi lo so, è come aver ignorato un vecchio saggio che volentieri avrebbe narrato la sua vita.

Siamo dirette alla lunga diga. Ci hanno detto che da lì, dopo la curva, possiamo vedere qualcosa. Saliamo i grossi massi ben sistemati e arriviamo sul tavolato lungo e caldo, esposto al sole e alle correnti d’aria. Eì lanciato verso l’acqua, ci allontaniamo dalla terraferma.

Sul lato sinistro, dalla parte delle Bocche di San Niccolò c’è, per un tratto, una siepe spontanea arbustiva che nasconde la vista e poi… poi finalmente vediamo. Non è il Mose. Sono costruzioni entro le quali lavorano le persone dedicate alla diga che salverà Venezia. Persone, operai, dirigenti, macchinari, strumenti… luoghi insomma di lavoro. Allunghiamo lo sguardo e in lontananza appare una linea gialla lunga. Il Mose… quello è il Mose.

Peccato! Senza binocolo la vista è davvero misera. Possiamo solo immaginare. Deluse avanziamo ancora, almeno l’orizzonte è sereno, l’acqua brulica di mille scaglie argentee, ondeggia placida. Sembra impossibile che l’acqua azzurro – argento possa divenire turbinosamente verde scuro, chiazzata di bianchi marosi. Nella placidità di queste ore pomeridiane il Mose sembra un guardiano inutile.

Questo nome non ha nulla da spartire con la biblica figura di Mosè. Sì, entrambi hanno a che fare con le acque. Mosè salvò il suo Popolo nella fuga attraverso il Mar Rosso, al loro passaggio le acque si alzarono, si ritirarono, consentendo agli Ebrei la fuga, rovesciandosi poi addosso ai soldati egizi, travolgendoli a morte.

No! Mose è un acronimo. Sta per Modulo sperimentale elettromeccanico. E’ un sistema di dighe mobili formato da quattro barriere, poste alle tre bocche di porto della Laguna di Venezia. Sono composte da 78 paratoie tra loro indipendenti, incernierate al fondale su un lato e azionate, tramite variazione della propria galleggiabilità, attraverso l’immissione e l’espulsione di acqua e aria.

Il Mose ha una lunga storia tormentata ricca di scandali e di colpi di scena. Avviato ancora nel lontano 2003.

Venezia in questi anni è stata sommersa molte volte dall’Aqua Granda, con ritmi sempre più frequenti e con punte di altezza notevoli. La peggiore tra le ultime è stata quella del 12 novembre 2019. E in quei giorni il Mose restò sott’acqua.

Venezia annegava mentre la barriera di paratoie stava chiusa, bloccata, quasi una beffa.

Ma oggi, 3 ottobre 2020, in previsione della ennesima alta marea, finalmente il Mose si è trasformato in Mosè e ha compiuto il miracolo. 

E’ stato attivato per la prima volta, fuori dal contesto di un collaudo, alle ore 8.35 CEST, completando il sollevamento delle barriere alle 9.52 CEST.

Oggi i mosaici dei pavimenti della Basilica di San Marco sono rimasti all’asciutto.

Venezia è tutta un mosaico, da conservare, riparare, proteggere, curare. E’ un mondo di magia. Va guardata, toccata, vissuta con tatto, delicatezza, eleganza, rispetto. Venezia unica città sull’acqua sposata al mare.

Lo sapete, ne sono certa, di quel matrimonio che ogni anno si celebra durante la Festa della Sensa (Ascensione) da più di mille anni. E’ lo Sposalizio del Mare, una delle più antiche feste veneziane voluta dal Doge Pietro Orseolo a ricordo della conquista della Dalmazia, avvenuta nel 999, da parte delle navi veneziane da lui guidate. Con essa Venezia liberava il Mare Adriatico dalla pirateria divenendo la regina incontrastata di questo mare. Dopo la vittoria venne decretato che ogni anno, nel giorno della Sensa, il Doge e il Patriarca dovessero recarsi fuori del porto del Lido per benedire l’acqua.

Qualche anno dopo, esattamente nel 1177, il papa Alessandro III donò al Doge Sebastiano Zani un anello d’oro per l’aiuto avuto nella riconciliazione con l’imperatore Federico Barbarossa, riconoscendo alla Serenissima la sovranità sul mare. Da quel momento in poi cominciò la secolare tradizione dello Sposalizio del Mare, la mistica unione di Venezia con il Mare.

Il Doge saliva sul Bucintoro, la sua nave di rappresentanza, con tutto il suo seguito, il clero, gli ambasciatori presenti, i Capi del Consiglio dei Dieci e altre autorità. Seguito da un folto corteo di barche di ogni forma e dimensione tutte parate a festa, il Bucintoro salpava verso il porto del Lido. Giunti davanti al Forte di Sant’Andrea il patriarca versava dell’acqua benedetta mentre il Doge lasciava cedere in acqua l’anello d’oro pronunciando queste parole:

“Ti sposiamo, o mare, in segno di eterno dominio”.

( https://www.campingrialto.com/it/eventi/65-festa-dea-sensa.html)

Ovviamente nei secoli la nave dogale venne ricostruita più volte sostituendo l’esemplare precedente usurato dal tempo e dall’acqua. L’ultimo che usciva dall’Arsenale era sempre più prezioso del precedente.

La versione ultima del Bucintoro venne iniziata nel 1722. Era molto più grande, completamente dorato con foglia in oro zecchino e arricchito di nuove statue lignee. Spinto da centosessantotto vogatori, quattro per remo, con circa quaranta marinai di equipaggio, era comandato personalmente dall’ammiraglio dell’Arsenale.

Fu usato per la prima volta dal doge Lodovico Manin nel 1796, proprio mentre l’esercito di Napoleone Bonaparte entrava in Italia.

Fu Napoleone a ordinare la distruzione di questo simbolo, più volte rappresentato dal Canaletto, dal Guardi e da tanti vedutisti veneziani, come segno di sprezzo verso la Serenissima e della tangibile sottomissione della Repubblica veneta.

Il 9 gennaio 1798 le truppe francesi, che avevano occupato Venezia nel maggio 1797 e si erano date al sistemico saccheggio della città, fecero irruzione nell’Arsenale e si avventarono sul Bucintoro, distruggendone a colpi d’ascia tutta la coperta, per poi bruciare il legname nell’isola di San Giorgio.

Lo scafo, ribattezzato Prama Hydra, fu trasformato in piattaforma galleggiante per batterie di cannoni e posto a guardia del porto del Lido. Venne poi definitivamente demolito nel 1824 in Arsenale. Oggi rimane solo la sua vela dorata, col simbolo di San Marco, conservata al Civico Museo Correr.

Il Bucintoro, la nave dello Sposalizio, era la “nave ducale”, una galea di rappresentanza, di esclusiva pertinenza del doge. Il natante era custodito in Arsenale, dove gli era riservato un cantiere coperto e veniva messo in acqua soltanto per le cerimonie più importanti, dopo esser stato preparato e addobbato con perizia.

(https://www.venezia.travel/blog-eventi/curiosita/il-bucintoro.html)

Tuttavia oggi, 3 ottobre 2020, Venezia ha resistito alla “effusione impetuosa” del suo sposo, il mare.

Nessun amante può violare l’amato. Oggi il Mose, dopo lunghi anni di dormienza, si è finalmente alzato a difesa della città, contenendo l’inondazione.

Speriamo per sempre, anche domani ….

3 pensieri su “Alla scoperta dell’Isola d’Oro – 2 puntata

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