Fuga e risveglio

Giuliana camminava lesta tra le foglie secche del sentiero. Gialle, arancio, marrone, tappeto morbido e lieve epperò rumoroso. Cercava di muoversi come una lepre in fuga, a balzi leggeri e lunghi, per fuggire.

Sentiva che il tempo era arrivato, il tempo in cui le avrebbero rubato sé stessa, la sua identità e non voleva, non voleva accadesse.

Tra le morbide curve dei colli asolani la voce rimbombava, metallica e forte, da mille megafoni diffusa, pioveva dal cielo, entrava nella terra, scorreva con l’acqua dei torrenti.

Da tempo, tanto, Giuliana leggeva i segni sparsi qua e là, mascherati, del predominio della scienza su ogni forma di sapere e di conoscenza.

Era la nuova religione. Scalzato il Dio delle Chiese e degli altari, eliminati preti e credenti, tutti uguali, in un mondo animistico in cui cani, gatti, foglie, uomini erano tutti pura materia. A volte funzionante altre no e allora… allora bisognava anticipare i tempi, sapere in anteprima cosa sarebbe accaduto e questo richiedeva un assoluto controllo. Raccolta dati, di ogni tipo, su ogni essere, incasellati con numeri e termini astrusi, biblioteche digitali immense, in cui ogni essere vivente veniva collocato. Certo era per il bene del singolo e soprattutto per il bene comune. E così avevano ideato il gemello di ogni essere. Questa “creatura non creata” sarebbe stata la cavia su cui sperimentare provare.

Ogni individuo ormai aveva il suo doppio al punto che le crisi di identità stavano scoppiando ovunque.

Giuliana si era da tempo ritirata in luoghi isolati, una vecchia casa cadente che non dava nell’occhio, neppure ai droni che ormai volavano ad ogni ora su ogni testa, su ogni chioma, su ogni prato o via.

Nulla di appariscente, vicina al bosco, lontana dalle città, dai riflettori, vicina alla vita.

Ricordava sé stessa bambina… ma quanti anni erano trascorsi da quel mondo rurale e semplice! Sì, la vita media si era allungata ma non trascorsi secoli dalla sua infanzia. Però qualcosa di travolgente aveva fatto correre la tecnologia, prima relegata nei laboratori. Ora aveva invaso le vite, assumendo il volto accomodante e affettuoso dell’aiuto, del tutto pronto e subito”, del “ti aiuto io, tu non preoccuparti”.

Così pian piano ogni essere umano aveva accettato di buon grado questa forma di collaborazione tecnologica. Non eri mai solo, mai in difficoltà, bastava premere un pulsante, usare la tastiera, porre la domanda ed ecco… il problema veniva risolto.

Addirittura potevi sentire una anonima gentile voce non umana suggerire ciò che ti sarebbe piaciuto fare, quel che in quel momento per te sarebbe stato l’optimum.

Una forma di rassegnazione mentale aveva invaso e contagiato le menti umane.

Chi cercava di resistere veniva isolato, deriso, additato al pubblico ludibrio, “psichiatricamente disturbato” era ciò che si diceva di lui.

Giuliana conosceva molto bene i meccanismi perversi della tecnologia, aveva lavorato anche lei in quel mondo. Per fortuna la sua mente lucida e indipendente aveva messo insieme i tasselli del puzzle che si stava delineando.

Aveva sempre avuto passione per la fantascienza, per la ricerca, si sentiva una Sherlock Holmes in gonnella e questo la aveva aiutata.

Prima che qualcuno si accorgesse della sua impermeabilità ai condizionamenti sociali si era dileguata. Sparita dal mondo, non appariva più in nessun media, non telefono, non pc, niente di niente che potesse in qualche modo ricercarla, individuarla.

Certo, era costata quella scelta. Aveva dovuto abbandonare tutto, dai legami amicali e parentali, alla casa, alla carriera, ai soldi, a tutto.

Perché non aveva trovato una persona, dicasi una, con cui condividere i sospetti, discutere il futuro che veniva costruito artificiosamente attorno all’umanità intera. Era la pecora nera del gregge.

Lo era sempre stata in verità, non aveva mai ingoiato passivamente ordini e ragionamenti, usi e costumi. Lei filtrava, con la coscienza che nel tempo si era via via rinvigorita, con la percezione coltivata attentamente dandole spazio, riservandole rispetto.

Aveva scelto di vivere sui colli asolani. In quell’intrico di sentieri, percorsi infinite volte, in ogni stagione, aveva raccolto informazioni. Lei domandava all’albero, al sentiero, all’acqua di sorgente segnali, suggerimenti.

Aveva scoperto l’antica cripta di una chiesa antichissima ora in parte ricoperta da terriccio, circondata da arbusti fitti, tipica vegetazione del luogo.

L’aveva trovata improvvisamente davanti a sé in un pomeriggio di novembre, nella lunga estate di San Martino. Era entrata, un’occhiata a 360 gradi, visione d’insieme.

“Spazio da recuperare” esclamò tra sé.

Giorno dopo giorno aveva trasferito tutto ciò che immaginava potesse servirle. Non davano nell’occhio le sue camminate. Nel suo profilo, tracciato coi dati che avevano raccolto anche su di lei, appariva come “persona amante dello sport, gli acquisti privilegiati sono legati ad attività motorie”.

Perciò nulla di strano se lei dedicava spesso parte del proprio tempo giornaliero alle uscite. Tanto poi, con lo smart working recuperava lavorando anche di notte.

Perché questo lavoro da casa, non più in ufficio?

Quando i lavoratori erano stati invitati, poi forzati, a lavorare da casa, era apparsa la migliore scelta possibile per contenere il contagio.

Una nuova peste devastava la terra, un nemico ancora invisibile nonostante le numerose ricerche avviate. Ogni tanto veniva declamato a gran voce “tutto sotto controllo, abbiamo capito la causa e trovato la cura”.

Poi tutto veniva clamorosamente sconfessato dagli eventi.

Nonostante scienziati di tutto il mondo lavorassero per lo stesso scopo, nonostante la paura avesse forzato le mani e i cuori anteponendo, al momento, il bisogno di collaborazione al guadagno materiale, nonostante questa massa di supercervelli lavorasse notte e giorno aiutati da super computer, nonostante tutto questo, l’epidemia andava a gonfie vele.

Perciò benvenuto distanziamento, fisico all’inizio ma soprattutto sociale poi. Era divenuta la ricetta primaria.

Persone rinchiuse in appartamenti, stretti o larghi, poveri o lussuosi, tutti dentro, a lavorare.

La nuova peste impresse una accelerazione, la tecnologia divenne lo strumento privilegiato, la cabina di regia passò in mano a medici e scienziati, le persone pendevano dai notiziari che ad ogni ora emanavano notizie a dir poco contrastanti. 

Giuliana raccolse il segnale d’allarme e se ne andò.

Ora camminava al tramonto o all’alba per quei sentieri che erano divenuti la sua casa. Oggi in particolare udiva “la voce” risuonare ovunque.

“La cura per ogni individuo, la garanzia della tua salute, stanno nell’avere un gemello virtuale, un clone su cui fare i primi test. Abbi cura del tuo gemello, tienilo aggiornato, dagli ogni giorno informazioni su di te, è il suo cibo, lo faranno crescere e più crescerà più ti salverà”.

La voce, per quanto metallica e impersonale, era suadente, di sicuro aveva una frequenza che l’orecchio umano percepiva come fonte di serenità, di bontà.

Lei aveva imparato a vivere ricavando sostentamento in ciò che la natura offriva, aveva così riscoperto informazioni che la nonna paterna, la nonna Neta, aveva cercato di trasmetterle quand’era bambina. All’epoca Giuliana accoglieva con superficialità questo passaggio generazionale di nozioni basilari per una vita armoniosa.

Ora camminava e sentiva al fianco risuonare passi nuovi, si era anche guardata attorno, che qualcuno l’avesse scovata?

Nel bosco tutto era luminoso e tranquillo e nel silenzio interiore che la accompagnava lei comprendeva la voce, suggeriva e lei raccoglieva, rientrava e lavorava secondo le ricette che scopriva in sé. Riemergevano da profondità messe in luce dalla voce.

Ogni giorno imboccava percorsi diversi, gli occhi volgevano verso piante sempre nuove e lei vedeva, sì vedeva dentro sé, i succhi e i benefici che regalavano.

Giuliana ora si sentiva pronta a comunicare ad altri esseri il bagaglio di conoscenze che la vita le aveva regalato.

Non sapeva come, sapeva però che sarebbe accaduto.

Nel suo peregrinare scoprì la vecchia chiesa, aveva tracce sulla facciata di un color rosso mattone. Sgretolata in alcune pareti, conservava quasi intatta la navata centrale, in fondo riluceva una icona. Si avvicinò con precauzione, tutto poteva crollare.

Luminosa nei colori dorati, la Madre teneva in braccio il Bambino.

La Madre! Giuliana sentì che qui sarebbe avvenuto il grande cambiamento, il risveglio. Cadde in ginocchio, sgorgava una preghiera senza parole dal cuore, uno spirito aleggiava su di lei, dal tetto della navata, in parte aperto, trapelava l’azzurro cielo.

Un Angelo con spada fiammeggiante stava alla destradell’icona, biondo era e bello e forte.

Intensa – mente, amorosa – mente…. Giuliana in quel momento uscì dal proprio corpo che rimase inchinato sul pavimento.

Percorse, veloce come la luce, paesi e città, si librò nell’aria, entrò nelle case, accese menti, spalancò cuori.

Il viaggio – visione durò un attimo, un giorno, una vita…

Nel mondo là fuori lontano da lei qualcosa si sgretolò. Improvvisamente gli occhi dell’intera umanità si rivolsero al cielo, dopo anni piegati a osservare la terra. Riconquistando la verticalità del vivere, oltrepassando la materia, comprendendo di non appartenere al pianeta di cui calpestavano il suolo.

E cadde il velo della menzogna, crollò l’impianto teorico di illustri scienziati, riemerse un nuovo sentire, la coscienza di sé, la consapevolezza di essere un uomo, una donna, di appartenere a un mondo in cui erano creature non creatori.

Il futuro aveva oltrepassato il buco nero del condizionamento. Tornò la vita.

Dimmi cosa ne pensi, te ne sarei grata.

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