Stamattina per andare all’autofficina ho scelto una strada nuova, la direzione era chiara in testa, semplicemente avrei attraversato straducole con poco traffico anziché le vie del centro città.

Invece mi sono persa e ripersa e pur avendo ben chiara la meta finale, perdevo tempo mentre mi risuonava in testa la classica frase: “mai lasciare la strada vecchia per la nuova”.

Ecco, questi suggerimenti proclamati con tono che vorrebbe racchiudere tutta la saggezza di secoli precedenti, in me risuonano come gabbie.

E qui scatta la mia allergia.

Non posso immaginare di dover fare e rifare, giorno dopo giorno, sempre lo stesso percorso per timore di perdermi in chissà quali meandri, magari andando in bocca al lupo che classicamente è cattivo.

Ho bisogno di sperimentare, di provare il brivido della novità, della scoperta, la gioia dell’avventura, il miraggio di chissà quale scoperta. Se tutto fosse già delineato intorno a me, da oggi per sempre, ma che vita sarebbe?

Monotona, uguale, scandita dagli stessi gesti, vissuta nei medesimi luoghi, senza uno spiraglio minimo di “fuori routine”.

Invece, viaggiando per campi da arare, stradine curvilinee al massimo, strette che a malapena ci passavo, contornate da roste in cui d’inverno nella nebbia sarebbe facile affossarsi, vedevo con occhi luminosi volti nuovi del mondo, che pure erano lì a poca distanza dalla solita vita.

Ero immersa nella campagna e il palazzone del San Bassiano si ergeva in lontananza.

Così scoprivo stradine chiuse che finivano nel cortile sterrato di una locanda che si chiamava Gioia; pareva una casa di campagna da sistemare, aveva il suo pergolato ora spoglio, le galline zampettavano cococò poco lontano, echi di un tempo lontano, l’infanzia mia.

Odori di terra, di radici di mais rimasti ancora interrati, confinante, e questo sì era una vista orribile, con capannoni che spuntavano intorno come funghi tossici.

Terra mia, amato Veneto, così bello e così imbruttito, mescolato tra vecchio, lasciato andare in malora, e nuovo, sorto per pura necessità senza poesia né aria di sogno.

Veneto prosaico. Che fa a pugni con le bellezze disseminate in ogni suo angolo, molte ben curate e conservate.

Strano cogliere così tanti volti dell’anima veneta:

meraviglie naturali attraversate da sentieri curati da volontari, desiderio manifesto di invitare le persone a riscoprirle;

bellezze architettoniche, private ma aperte al pubblico, per necessità economiche certamente e però date in visione perché chiunque possa godere di tanta bellezza e leggervi la propria storia, il proprio passato;

campi coltivati ancora in piccoli appezzamenti a conduzione familiare, con metodi sicuramente poco tecnologici;

e poi queste orribili costruzioni lungo le maggiori vie di traffico per essere facilmente raggiungibili, bene in vista, cresciute senza buon gusto, in parte pure dismesse per tanti motivi: crisi economica, cambio generazionale, evoluzione nei gusti e dunque nella produzione.

Tutto succede in fretta. Oggi c’è il prato verde, domattina davanti al naso, sorto improvviso e veloce come un fungo nottaiolo, si erge un grigio palazzo, un via vai di auto e merci, domani è sempre lì svuotato e stanco con tutti i segni di una vecchiaia precoce.

Bello perdersi per strade sconosciute! Perdersi per ritrovarsi, per leggere dentro sé risposte a domande che altrimenti mai sarebbero nate.

Vivere permettendosi il tempo dell’attesa, del ripensamento, mentre da bruco si diventa farfalla.

Dimmi cosa ne pensi, te ne sarei grata.

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