Lungo il sentiero di Collalto

Festeggiare il compleanno lungo i sentieri della pedemontana trevigiana, un modo diverso in questo tempo di Covid di brindare, rispettando le distanze, gli spazi aperti, soprattutto cercando libertà.

Il giorno è splendido: sole di novembre, tiepido sui colli di San Zenone.

Dopo lunga ricerca la scelta è caduta sul sentiero di Collalto.

Parcheggiamo nei pressi di Villa Rubelli poi affrontiamo la salita del Castellaro. Il giorno clementissimo, i negozi chiusi, il bisogno esplosivo di stare all’aperto, fanno sì che i turisti su queste strade siano frequenti: coppie di ragazze, famigliole, gruppetto di amici ciarlieri….

La strada si eleva velocemente al di sopra della pianura rivelando panorami dolcissimi e colorati, spingendo la vista lontano lontano.

Il sole ha sfumature pacate, esaltano i colori del bosco, dei vigneti, è tutto un pulviscolo d’oro nell’aria trasparente.

Raggiunta la Chiesa Rossa, sostato sul belvedere quanto basta per affondare lo sguardo nei morbidi colli d’intorno, scendiamo per la strada asfaltata ed imbocchiamo un sentiero stupendo, incastonato tra il Colle Castellaro ed il Col San Lorenzo.

Fortissimo! Ogni cartello riporta n.1, 2,… fino al 27. Praticamente è una didascalia, numerica, che andiamo poi a leggere sul cellulare. Ogni sotto – cartello descrive un tratto del sentiero con le sue peculiarità.

Le foglie ormai sono rade, fossimo esperti botanici sapremmo riconoscere gli alberi leggendone il nome sul tappeto di foglie che calpestiamo. Nel primo tratto ci accontentiamo di riconoscerne alcuni, i più semplici. Pioppi italici, Cornioli, Robinie, Noccioli.

Attraversiamo poi un prato che si apre lo sguardo alle Prealpi, e ai boschi del vicino Collalto.

Il viottolo che lo costeggia è in un tunnel di betulle, pioppi, castagni.

Sulla destra sono visibili le stratificazioni di arenaria, sabbia marina un tempo depositata sui fondali alti. Colossali spinte orogenetiche hanno dato vita a questi colli, hanno la stessa età geologica del Monte Grappa, modellandoli in forme dolci e armoniose.

Al segnale numero 7 incontriamo la “tana del lupo”. Altro non è che una cava dì “saldame,” la speciale arenaria che veniva usata e venduta per strada per la pulizia delle pentole. Mi par di sentire gridare nei mercati: “Donne, saldame! Saldame!” gridava il venditore. Argentil allora non esisteva.

Ora la parola saldame è “perduta”. Nel vocabolario la voce non c’è. Eppure anche a Pola e in tutta l’Istria c’erano le cave di saldame. Era una polvere bianca o giallastra, serviva per lucidare le pentole. Si comprava sciolta e la si teneva in un barattolo dal quale si prelevava con uno straccetto bagnato e poi… olio di gomito e tutto brillava.

Attraversiamo ora un boschetto di Carpino bianco mentre, al di là del ruscello, verdeggia una colonia di felci. Si svolta a sinistra verso una salitina, alzando lo sguardo appare un esemplare di “spin de croxe”, o “spin de Cristo”, o “spino di Giuda”: è una leguminosa parente dell’Acacia, dal nome piuttosto complicato di Gleditsia triacanthos. La sua presenza è segnalata anzitutto da molti baccelli che rivestono il sentiero. Fanno pensare alle dolci carrube.

Ci si inoltra ancora nel bosco e si sale verso la cima del Collalto: intorno castagni e robinie e, più in alto, ceppaie di Carpino nero. Volontari dell’Associazione Sentieri Natura, degli Alpini di Liedolo a della Protezione Civile, a metà salita, hanno preparato una prima area di sosta accanto a due gallerie scavate durante la prima guerra mondiale.

Entrano nella pancia del colle, l’apertura è rivolta a sud, a nord, alle loro spalle, si erge il Grappa. All’ingresso delle gallerie stanno dei cartelli, portano i nomi di soldati, forse del luogo, morti durante il conflitto, alcuni avevano solo 19 anni.

I nomi scritti sui cartelli ricordano luoghi di acerrimi scontri: Monte Tomba, Col Moschin, Col Beretta. In uno di questi viene ricordato un ragazzo di 19 anni morto nel giugno 1916 sul Carso. Sotto è riportata la poesia di Ungaretti scritta nell’agosto dello stesso anno: San Martino del Carso.


San Martino del Carso

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
E’ il mio cuore
Il paese più straziato

Leggo la poesia ad alta voce e immagino gruppi di ragazzi, di studenti sostare qui, davanti alle buie imboccature. Non è una lezione di letteratura italiana, è la vita che parla, il dolore, l’insensatezza umana e fanno tremare i loro polsi, rabbrividire.

Nella pace del luogo luminoso, nel silenzio dorato, è invadente e pervasivo il rumore senza senso della guerra. Difficile immaginare che poco più di 100 anni fa questi colli siano stati palcoscenico di un dramma reale.

Forse l’erba sa raccontare il passato impregnato nella terra, forse gli alberi sono cresciuti succhiando humus e sangue in esso colato.

Tutto pare irreale, nel paesaggio di oggi tutto poesia, si è smorzato il rullare dei tamburi, tacciono le batterie che furiose un giorno spararono all’impazzata.

Il silenzio è grande e ha mille voci.

Riprendiamo la salita lungo una ripida e breve scaletta con ringhiera per facilitare l’ascesa. Arrivati su, un bivio: a sinistra la sommità del Collalto, a destra il poggio Bellavista.

Mentre saliamo appaiono sentieri scavati, li riconosciamo, sono percorsi di guerra, trincee scavate sulla schiena del monte. Da questo punto è visibile l’intera pianura, i Colli Asolani, Semonzo, il Grappa. E’ un luogo di vedetta spettacolare, utilissimo in guerra.

La pace che si respira intorno non porta alcuna eco di quei lontani tempi di assurdo dolore.

Proprio sopra il cocuzzolo del poggio, alcune panchine offrono una comoda seduta, all’ombra di cipressi che vestono il profilo orientale della collina. E’ giusto il tempo per lo spuntino. Lo annunciano le campane intorno, i loro suoni giungono da ogni direzione, segnano il mezzodì.

La pancia reclama un buon panino, pane fresco cotto al forno, salame e formaggio Asiago. E buona acqua. Veramente l’occasione avrebbe richiesto un buon Cartizze o un prosecco, qui siamo di casa ma… alcool e camminata non sono buoni compagni.

Però basta il paesaggio per scaldare il cuore e augurare a Ilaria: “Buon compleanno!”.

Se siamo qui è proprio per lei, un modo nuovo, inusuale, che il covid ci ha fatto inventare.  

Dopo una buona pausa, necessaria a colmare gli occhi e il cuore di sole e di bellezza, è tempo di rientrare. Sentierino stretto in discesa, rapido è il ritorno, mi dispiace di essere già quasi arrivata. Usciamo veloci dal bosco, ci guarda un’ultima galleria, la voce della guerra ci segue in qualche modo, chiede riparazione, perdono, saggezza, invoca pace su questo colle, su questa terra.

“Che non sia tutto accaduto invano!!!” mi pare sussurri una voce, esce dalla galleria, sfiora il prato, si piega e scende verso l’abitato, cerca uomini di buona volontà.

Lasciamo il prato in discesa, scegliamo di rientrare senza salutare il lago di ninfee perenni, lasciamo il bellissimo bosco del versante nord del Collalto con le sue betulle, i castagni, i pioppi.

Guadiamo l’ultimo ruscello e torniamo al punto di partenza. Arrivati alle nostre auto ultimo saluto, un grazie reciproco, condividere passi, emozioni, pensieri, dialoghi, è condividere cuori.

In un tempo così povero di abbracci, sentiamo le braccia uscire da noi stessi e allungarsi e stringere le persone care, in modo così vero da diventare quasi fisico.

Ciao Collalto, bellissimo angolo di mondo a portata di mano, viaggio tra natura e storia, tra realtà e poesia.

Grazie figli.

3 pensieri su “Lungo il sentiero di Collalto

  1. Ciao Silvana…sto riordinando la posta ricevuta negli anni e mi son imbattuto in queste tue righe…Il bello del tuo scrivere, per chi un po’ ti conosce, è la “figurazione” dell’evento che ti ha ispirato lo scrivere. Di Collalto ho impersonato per 6 recite il Conte Tolberto nel dramma musicale “Bianca di Collalto” Leggenda o verità, tutt’ora, si mormora sull’esistenza del fantasma della giovine Bianca, murata viva, su ordine di Aika da Camino moglie di Tolberto, pazza di gelosia….Le storie sono tante. Buon tutto

Dimmi cosa ne pensi, te ne sarei grata.

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