Storia di ordinaria umanità

Giorno di fitta pioggia, l’inverno è alle porte, imperversa il virus. In coda davanti all’ufficio postale sosto, in compagnia di persone diverse per età, sesso, etnia.

Tutti ugualmente fradici e infreddoliti attendiamo l’aprirsi delle porte automatiche. Una dipendente, dalla sua postazione, apre e blocca a seconda del numero delle persone che stanno in attesa dentro l’ampio stanzone.

Fortunatamente entro dopo breve attesa, sarà ancora attesa ma all’asciutto. Lavaggio delle mani, schiacciata del monitor per avere un numero di coda. Inutile dirlo, anch’io risento del lavaggio del cervello che viene lanciato da ogni dove: evitare gli assembramenti.

Se già di mio mi stavano stretti i luoghi affollati, ora sento quasi una forza centrifuga spingermi fuori. Verifico che la mascherina aderisca bene al naso, sto in piedi come un fenicottero senza neppure sfiorare i pochi posti a sedere.

“Meno tocco in quel luogo, meglio è” mi dico.

Impossibile non osservare il variegato mondo umano che condivide con me tempo e luogo. Le operazioni agli sportelli sembrano tutte difficili, i tempi di risposta sono molto lunghi. Stiamo tutti in silenzio, davvero irreale, nessuno brontola, tutti sembrano obbedienti, anche nella postura: le mascherine bloccano le parole più di una porta blindata, siamo in molti avanti con gli anni, occhialuti, con le mani super occupate, con l’umidità che ricade sulle lenti come un velo di nebbia. Ignoti l’uno all’altro e muti, aspettiamo.

L’attenzione mia è improvvisamente catturata da una donna anziana, capelli bianchi disordinati dal vento e forse mal pettinati per difficoltà di braccia.

Avanza verso uno sportello, ha delle carte in mano, è entrata dalla porta che fa da uscita e vi si dirige senza guardarsi attorno.

L’impiegato osserva il suo lento e incerto avvicinamento, non posso udire le parole, capisco però che le sta segnalando la necessità di indossare la mascherina. In effetti ora la osservo meglio e vedo il suo volto rugoso, unico volto scoperto tra tutti. La signora risponde, forse con parole, anche con gesti, che lei, la mascherina non ce l’ha.

Una signora accanto a me va in suo soccorso, anche lei avanti con gli anni, tutta curata e signorile. Porge una busta sigillata, una mascherina bianca FFP2, nuova di zecca.  Di fronte a quella anziana, incerta e ignara come un bambino caduto da un altro mondo, apre la busta, estrae la bianca mascherina, gliela fa indossare. Sembra un oggetto assolutamente estraneo alla sua vita, non alza neppure le ciocche di capelli per facilitare la sistemazione dell’elastico, sta lì e lascia fare.

Tornando ci sorridiamo, ci scambiamo alcune parole: “Che tenerezza! Che pena! Possibile non abbia nessuno che si occupi di lei?”

Intanto la “nonnina” si sente a posto adesso e torna ad avvicinarsi al bancone. Ancora una volta però le manca qualcosa. Il biglietto numerato.

Le va in soccorso per la seconda volta la stessa signora, gentilissima. Con passo sicuro va a recuperare il numero di prenotazione per questo essere così “fuori luogo” e glielo consegna, spiegando che nel frattempo può sedersi. Due giovani, entrambi di colore, si alzano e le cedono il posto ma no, lei non vuole sedersi, lei vuole avere subito le risposte che cerca. Non è prepotente, semplicemente non vede le regole del mondo che le sta attorno.

La samaritana per la terza volta si fa avanti e si fa mostrare i foglietti che tiene in mano. Capisce: sono avvisi lasciati nella sua cassetta postale, deve ritirare pacchi o raccomandate.

Nessuno dei presenti parla eppure sento che tutti siamo attraversati da un immenso senso di pietà, di commozione, di tenerezza.

Questa donna, avantissima con gli anni, è venuta sotto la pioggia battente, con le ciabatte da casa, una calza di nylon fascia una gamba, l’altra ricade su stessa malamente arrotolata. Forse ha perso l’elastico e non sta più al suo posto.

L’impiegato ora la invita a consegnare i biglietti, numerosi, che tiene in mano. Comincia a inquadrare la situazione. A capire perché è venuta da sola così abbandonata a sé stessa.

Anche se sta scavalcando tutti i presenti, nessuno protesta.

Tengo d’occhio il quadrante, ecco ora tocca a me, vado svelta a spedire i miei pacchi. Tuttavia non posso non sentire la voce dell’operatrice spiegare che per poter ritirare gli oggetti a lei destinati deve versare 73 euro.   

Ancora una volta l’aria della signora sembra quella di un bambino che non capisce perché non gli venga consegnato ciò che le appartiene.

E’ un dialogare faticoso e lungo, finalmente capisce ma a quel punto la sua risposta è:”allora torno domani con i soldi”.

Una voce nuova si fa sentire, più forte forse di quanto vorrebbe: “faccio io signora, pago io, glieli offro io”.

Impossibile fare un gesto di bontà restando nell’anonimato, alla signora manca pure l’apparecchio acustico per cui è inevitabile rivolgersi a lei con toni alti.

Uscendo cerco con gli occhi tra i presenti: la signora non c’è più, ha avuto ciò che era venuta a prendere, soccorsa da tante mani e da tanti cuori. Lei sarà uscita sola sotto la pioggia, nessuno con cui dividere il passo, gli scalini, sotto il vento e la pioggia che sembra aver lavato, stamattina, da questo pezzo di cielo sopra la città, ogni traccia di male.

Rosso Natale

Rosso di amore

Rosso di cuore

Un pensiero su “Storia di ordinaria umanità

  1. purtroppo si assiste spesso a scene come questa, persone molto anziane che non riescono a badare a sè stesse, che devono combattere quotidianamente contro problemi più grandi di loro.
    Per fortuna esiste ancora qualche anima buona…

Dimmi cosa ne pensi, te ne sarei grata.

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