Il Mayhem

 Sì, il mondo era caduto nel caos. Le città, un tempo ipertecnologiche, immense metropoli, mostravano i segni dell’abbandono e della decadenza.

Vuoti grattacieli con finestre come orbite svuotate.

Colonne d’auto abbandonate in un silenzioso ordine, più tremendo della movimentata circolazione di qualche breve tempo fa.

Nastri asfaltati a multicorsie giacevano svuotati di ogni senso di esistenza, abbandonati grigiamente tra pianure che mostravano i segni di una immensa siccità.

Armando era sgattaiolato fuori dal suo appartamento che lo aveva visto crescere, anno dopo anno, tra innumerevoli PC e strumenti tecnologici sempre più avanzati.

Erano quattro stanze totalmente domotizzate, nulla c’era a funzionamento manuale, tutto era minimo a funzione elettromagnetica, massimo quantisticamente dipendente.

 Da anni non aveva visto davvero un’alba o un tramonto.

Da anni non incontrava persone reali. Solo personaggi virtuali o qualche voce umana di qualche sopravvissuta chat di un tempo.

Era uscito dalla sua casa – rifugio per necessità.

Niente più funzionava tra i suoi quattro muri, tutta la supertecnologica strumentazione giaceva muta e inerte.

Non si rendeva conto di come fosse riuscito ad aprire la porta d’ingresso visto che ogni telecomando non dava segni di funzionamento.

Lungo lo stipite aveva adocchiato un mazzo di chiavi messo lì chissà quando. Era appeso a un banalissimo superato chiodo.

Vista la moria tecnologica, aveva afferrato il mazzo e trovato, dopo qualche goffo tentativo, la chiave giusta.

Doveva ringraziare chi?

I genitori forse, così vecchi e superati da credere ancora nella necessità di possedere un duplicato delle chiavi. Loro erano partiti da alcuni anni ormai. Giunti alla pensione, avevano ben pensato di andare a vivere sulla costa di qualche isola corallina, in una eterna estate.

Non si erano più visti né sentiti.

 Fino a qualche giorno prima Armando non si era neppure accorto della loro assenza, di essere rimasto solo.

 Ma questa mattina aveva realizzato che lì, tra quei muri ovunque tappezzati di nero – grigio tecnologico, non poteva più fare nulla, niente di niente.

 Interrotto ogni canale comunicativo, sospeso ogni flusso di energia, era isolato e, se non si muoveva velocemente, lì sarebbe pure morto di fame e di sete.

Cominciava a sentirsi uno dei pochi sopravvissuti, non sapeva a quale evento, ma certamente era accaduto qualcosa che gli era sfuggito.

Uscì con addosso una tuta dai colori sgargianti super attrezzata.

Teneva caldo d’inverno, fresco d’estate, era impermeabile, poteva perfino portarlo in volo quasi fosse un aereo privato. Ma anche per questo serviva una qualche forma energetica di cui ora non disponeva.

Intanto gli bastava arrivare fuori dal palazzo di 40 piani e raggiungere la strada.

Nelle tasche teneva diverse carte elettroniche che gli avrebbero permesso di prelevare denaro contante ad libitum. Ammesso fosse ancora possibile ma ne dubitava.

 Scese le scale dei quaranta piani senza incontrare anima viva.

Ogni tanto un grido si diffondeva e amplificava nella tromba delle scale, echeggiava un nome. Qualche solitario sperduto come lui cercava l’amico o il parente.

Si lasciò alle spalle il mondo che lo aveva accolto fino a quel momento, il suo uovo vitale, come quello che conteneva il pulcino.

Saltava i gradini a 3 a 4 al colpo, quel silenzio pesava su di lui al punto da tappargli la bocca.

Finalmente guadagnò il portone d’uscita dalle ampie vetrate di cui aveva perso il ricordo.

Era spalancato e intorno all’ingresso giacevano cumuli di vetri, ciò che restava della facciata a vetri: Glass Hill.

Un soffio d’aria fresca, muta, polverosa e colma di odori gli scompigliava i capelli.

Uno sguardo a dx, uno a sx, cominciò a contare girando su sé stesso, al 20 si bloccò. Si accorgeva di affidarsi stupidamente al caso ma non aveva elementi ragionevoli per fare una scelta piuttosto che un’altra.

Davanti a lui si apriva l’ampio viale, vuoto, che portava verso est.

Lo prese come un segnale del destino… invitava a imboccare quella via.

Si mise in cammino desiderando, in cuor suo, di incontrare un altro essere vivente.

Non funzionavano neppure i cellulari. Ne aveva almeno quattro, tutti spenti.

Si rese conto di essere in quel momento una pura e semplice monade vagante, totalmente lasciato in balia di sé stesso.

 Armando si mise in veloce cammino. Afferrò un monopattino senza proprietario appoggiato a un muro, imboccò con forza la strada in discesa.

Il panorama lì era diverso. Ad Armando pareva di essere uscito da una cella di rigore. Qui poteva andare in ogni direzione, nessuno lo avrebbe fermato, interrogato, respirava aria calda, aria secca, aria assetata di pioggia.

Il manto stradale rettilineo saliva e scendeva da piccole alture che Armando non aveva mai visto.

Correva e si guardava intorno. Qualche albero secco, con rami elevati al cielo sembravano mani e dita imploranti. Non si vedevano intorno altre forme di vita, solo qualche capanno qua e là, dall’aria abbandonata. Decise di fermarsi nel cortile di una casupola: vedeva una panchina sotto un pergolato. Per quanto spoglio, aveva l’aspetto di un luogo un tempo ospitale e vi pendeva ancora qualche racemo d’uva dal color giallo ruggine.

 Si fermò in quel luogo a meditare. La fame si faceva sentire, mordeva lo stomaco, neppure quei pochi chicchi d’uva mezzi secchi lo potevano saziare.

Tuttavia, non sapeva proprio dove andare. Dopo una vita trascorsa soltanto tra realtà virtuali, nel mondo esterno si sentiva fuori posto, disorientato e sperduto.

In questa sua folle corsa improvvisamente sbucò, non sapeva da dove, un cane, gli attraversò la strada ma si dissolse rapidamente sotto i suoi occhi prima di poterlo registrare come un golden retriever bianco. Un potente raggio di luce lo aveva per un istante fortemente illuminato poi si era dissolto.

Armando si spaventò: non sapeva chi e come poteva dirigere quel raggio che smaterializzava corpi. Capì che fino a quel momento gli era andata bene. Intuì anche che gli abitanti della città o stavano rintanati in casa, vivi o morti. Oppure erano stati trasferiti in qualche altro luogo, dello stesso pianeta oppure no.

Ma lo sentiva, lo sapeva che erano stati smaterializzati da quel raggio di luce che aveva appena visto in azione. Non aveva scelta. Doveva andarsene e sperare di trovare qualche altro essere umano, come lui sopravvissuto.

  Accelerò la corsa sul monopattino.

Improvvisa venne una bufera di neve. Nessun segno premonitore fino a qualche secondo prima. Ora però era una tempesta polare violenta.

 La sua tuta lo riparava dal freddo ma i fiocchi che cadevano a catinelle gli offuscavano la vista e ben presto anche la strada divenne impraticabile. Fu costretto a proseguire a piedi. Perse la nozione del tempo e del luogo, stanchezza e fame lo accecavano e lo rendevano sempre più debole e stanco.

Cadde stordito.

 Si risvegliò sotto un raggio cocente di un sole pienamente estivo.

Un tempo, Armando lo sapeva bene, esistevano le stagioni: ogni tre mesi si alternava estate con autunno, inverno con primavera ma adesso non capiva come una tempesta invernale potesse alternarsi al calore estivo.

Trovò la forza di rialzarsi. Si guardò attorno, era circondato da una distesa brulla che diveniva  verde sotto i suoi occhi.

Sentì un richiamo, una voce gli risuonò in testa, lo forzò a guardare verso una costruzione lontana. Vi si diresse circondato da un silenzio stordente. Lo sosteneva quel suono strano, ma non era un vero suono, erano parole che gli scorrevano dentro la mente, dentro il cervello, come una pellicola di un vecchio film.

Si trascinò lentamente, le gambe cedevano ad ogni passo eppure si stava avvicinando. Crollò a pochi metri dall’uscio, svenuto di fame e di stanchezza.

 Si risvegliò dentro la casa, qualcuno lo aveva raccolto e deposto su un morbido tappeto. Udiva qualche rumore provenire dalla stanza accanto, gli regalava un nuovo senso di tranquillità.  Sentiva di essere arrivato.

Divenne sempre più lucido e cosciente mentre quattro persone venivano verso di lui. Le guardò con aria interrogativa. Dentro la sua testa udì: “Ti stavamo aspettando Armando. Ti abbiamo seguito sin da quando hai abbandonato il tuo palazzo di quaranta piani.”

E lui ancora non capiva come fosse possibile che quattro sconosciuti sapessero del suo arrivo. Le risposte alle sue domande inespresse gli arrivavano veloci dentro la testa.

“Siamo i sopravvissuti, la nuova Umanità chiamata a ripopolare il pianeta. Sulla Terra ci sono pochi altri come noi. Ci hai raggiunto tra tante difficoltà. Benvenuto, una nuova vita ti aspetta!”

Lo aiutarono ad alzarsi, si strinsero tutti in un abbraccio mai visto prima.

Una luce palpitò viva nella stanza, un piccolo Sole.

Dimmi cosa ne pensi, te ne sarei grata.

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