I giorni e l’ombra

RECENSIONI DI LETTORI

 

Roberto Zaniolo

27/06/2014 12.14.45

Dopo di IL PASSO E L’ORMA Silvana Dal Cero fa il bis. Ma silvana non si ripete! Con I GIORNI E L’OMBRA l’unica cosa che in Silvana Dal Cero si ripete e’la sensibilitá per la poesia pura, semplice, diretta, e l’immediata capacitá di trasmettere sentimenti cosí sublimi da farti alzare un poco da terra per farti toccare il cielo con un dito! Ed é subito poesia! Brava Silvana!

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PREFAZIONE DI Gian Domenico Mazzocato

 

QUEL VORTICE

CHE PERDE E TROVA

Ecco il cuor mio nella selvaggia ebbrezza
di svincolare in esseri le forme
disincantate a vortice di danza.
(Arturo Onofri, Terrestrità del sole, 1927)

Se la parola si fa preghiera. E quando. E come.
Il meccanismo è misterioso la sua buona parte, esige l’esame di filtri morali e categorie di giudizio, implica la ricostruzione di una storia personale che, come nel caso di Silvana Dal Cero, parte da lontano e matura lentamente. E però esibisce anche qualche accelerazione momentanea.
E tuttavia l’analisi resta sempre insufficiente perché non rende compiuta ragione dello sforzo di creare un ponte verso il metafisico, lanciare una passerella dentro il grande enigma che circonda l’uomo. L’enigma che allude alle motivazioni che ne giustificano il passaggio terreno e talora tenta di spiegarle.
Il varco, il varco insomma (ben lontano e diverso, va da sé, dal varco che si apre nella montaliana casa dei doganieri). O l’intuizione, se si vuole.
Perché sempre attorno a quel nucleo denso si gira: la difficoltà a capire se nella storia vi sia un senso, una direzione, una regia. Riconoscere il grande regista o accettare di essere brutalmente sbattuti dal caos.
Dal Cero ha scelto una via che pare ampia e invece nasconde curve, insidie. E perfino agguati. Serve un poderoso filo di Arianna, che resista agli strattoni, che non si sfilacci a qualche spigolo. Già nei primi versi, la poesia nutrita da immagini bibliche. Il lievito che dà senso all’impasto, l’anima che si fa vaso vuoto e ricettivo, l’argilla da plasmare, la goccia che segue e precede -in interminabile catena- un’altra goccia.
E tuttavia serve lo scatto, il colpo di reni per realizzare l’acme di un incontro cercato e voluto.
Scriveva Dietrich Bonhoeffer, il grande teologo luterano processato e giustiziato dai nazisti nel 1945, che le due forme nelle quali si presenta il Regno di Dio in terra sono il miracolo e l’ordine, le due forme nelle quali esso si scinde. Il miracolo come la forza che infrange ogni ordine e l’ordine come conservazione in vista del miracolo.
Respiro quest’aria nella poesia di Dal Cero che si macera nel dolore e nel momento alto della sofferenza.
La sa superare in una visione superiore e ampia dell’esistere in cui ogni cosa e ogni evento hanno peso e significato. Se ce ne sfugge il disegno complessivo è per la fallibilità dei nostri sensi e per l’insufficienza degli strumenti intellettuali.

Allora la parola/preghiera diventa espressione di quella cosa che il catechismo e la teologia chiamano fede. E che noi preferiamo definire come una conoscenza superiore in cui il conosciuto (?) è mare immenso e il conoscente è vaso troppo piccolo per contenerlo.
E nonostante questo, in qualche modo misterioso, contiene. Tracima, sciaborda, ma riesce a contenere e trattenere. Situazione difficile, quasi impossibile, precariamente e solo a tratti in equilibrio. Perché, sempre mutuando l’icastico linguaggio di Dietrich Bonhoeffer, nemmeno i solchi più profondi della terra ci rivelano il Dio nascosto.
Dunque, molto semplicemente, una condizione di ricerca. Implica profonda tensione intellettuale, sensibilità, senso dell’apertura. Dal Cero modula la tensione secondo stilemi che ormai caratterizzano da tempo la sua poetica: la luce (con collaudati dualismi: mattino/sole, notte/nebbia), il sentiero tortuoso, l’acqua/linfa che scorre nelle vene e irrora il corpo, la consapevolezza acuta del confine (si riafferma il bisogno di individuare il varco), il mare immagine di una storia (personale ma anche universale) cangevole e inafferrabile.
C’è una lirica in cui l’immagine del mare si itera e si moltiplica. Prende la cadenza da filastrocca delle litanie, si scioglie in immagini appartenenti ad un unico (ma vastissimo) insieme: tempesta, lago, onda, scia, arcobaleno. Subito dopo la poesia si consegna, fidente, al signore della storia. “Insegnami” gli suggerisce (o comanda).
Nonostante tutto “insegnami”. Anche “se il passo cede”, anche se “rallento il tempo”, anche “se non vedo / anche se voci / mi sussurrano di tornare”.
E “sollevami”: “Non ho più forma / Solo ombra sono / Stesa sulla strada / Incollata / Calpestata”.

Lirica chiave, questa, perché sa farsi supplica. Il nulla in presenza di chi possiede forza e lungimiranza.
In questa condizione di ombra, in questo sentirsi in balia degli eventi, si coglie l’essenza della poesia di Silvana Dal Cero. La sua ansia vitale. È una sorta di ossimoro (con tutta la carica di provocazione che gli ossimori, in quanto paradossi, possiedono) : una inconsistenza che è materia, una leggerezza che è peso, una monodimensionalità che è profondità e spessore, altezza e tempo.
Con una apertura /soluzione che si percepisce sul piano della cristiana speranza. L’ultima lirica: “Vortice luminoso e oscuro. / Vago / Cerco spazi di vita / Oltre la coltre e il cielo / Di questa terra”.
Un po’ tutto, con felice sintesi.
Il senso del limite, il superamento, il vortice che toglie punti di riferimento, l’andare vagando.
Alla ricerca di spazi vitali. Il vortice che poi finisce per indicare, nello straniamento, la via.

Gian Domenico Mazzocato

Treviso, febbraio 2014

 NOTA RECENSIVA  di  FLAVIA LEPRE –  LUGLIO 2014
Prima di parlare di Poeti e delle loro opere, si dovrebbe fare sempre una normale
ma accurata ricerca tra la varietà delle diverse “ figliolanze” che essi mettono al
mondo a seconda dei loro sentimenti, delle loro speranze, delle loro interne
esigenze, delle loro pene, delle loro credenze….
Tutte valide emozioni che, sia pure spesso, in forme diverse, ogni essere umano
ne è coinvolto. Così checi sono poeti ( sia antichi che moderni) , che mentre
vivono il PRESENTE,ansiosamente aspettano anche il FUTURO, come se questo
potesse racchiudere in sé donipreziosi. Ma esiste un’altra schiera di poeti e
poetesse che sente il desiderio impellente nonsoltanto di “ scrivere”, ma quello
assai più importante di “ sbottonare” l’anima e farla parlare direttamente con Dio,
unico Re dei Cieli! Ma oggi, purtroppo, assistiamo ad una infinità di scene
disgustose sotto tutti i punti di vista… E la speranza che la semplice ma profonda
parola di Papa Francesco possa rimettere ordine in tanto vergognoso sfacelo, è un
obiettivo che la maggioranza di noi cattolici vuole raggiungere, malgrado le gravi
situazioni demoniache che un mondo, sempre più corrotto e diviso da guerre
non solo politiche , ma anche religiose, mettono in continuo e serio pericolo
questa falsa presenza di Pace continuamente assediata da attacchi di guerra ( e la
cosa che mi stupisce molto è che , a torto o a ragione, ci sono sempre di mezzo
gli ebrei…) . Ed io che ho patito cinque anni di fame, cinque anni di vita vissuta
sotto le bombe, l’incidente grave che mi causò una bomba e, dopo tutto questo, il
terrore e lo schifo di una guerra civile… In un clima così oscuro e complesso che
sembra ripetersi, la Chiesa cattolica e noi cattolici, siamo tutti pronti a difendere le
nostre radici cristiane. E ognuno di noi usa il mezzo che gli è più congeniale. E,
buona parte di poeti e poetesse ( io per prima!) , si sentono coinvolti nella
necessità di lasciare un po’ da parte l’amore umano, per far risorgere quell’Amore
Divino che abbiamo tanto trascurato.
E oggi ( ma io scrivo da tanto tempo poesie religiose. L’ultima raccolta porta questo
titolo: “…sed libera nos a malo…!”) è una autentica sorpresa per me sapere che oggi
più di ieri sono tanti i poeti e le poetesse che si sentono coinvolti nella necessità di
aiutare la Chiesa con le loro preghiere espresse poeticamente, così come ha ha fatto
anche la nostra poetessa Silvana con questo dolcissimo libretto :
” I GIORNI E L’OMBRA”!
Anche Silvana ha sentito il bisogno di dare fiato alla sua anima e farla urlare forte,
perché il suo grido d’amore possa arrivare nell’Alto dei Cieli, così che Dio possa
ascoltare ogni singola voce umana che, sempre succube della sofferenza terrena che
tutti ci portiamo addosso, possa aver pietà di noi, miseri mortali peccatori perché
spesso i nostri terreni problemi ci rendono ciechi e sordi, per cui la “FEDE” , cioè
l’anello prezioso che ci unisce a Dio , viene assorbita e oscurata
da nuvole nere…
Spesso però questo nero velame si scioglie e, per far tornare il sole negli occhi, basta
scrivere e leggere Poesie che in realtà sono vere e proprie Preghiere, come lo sono le
liriche racchiuse in questo volumetto…
Perchè “ I GIORNI E L’OMBRA” è un libretto che contiene la preziosità dell’anima
poetica di una donna che sa ancora pregare in forma poetica! Un minuscolo libro, con
parole belle, incisive, come un caldo soffio di vento, un vento speciale che lascia orme
d’amore sul poetico tessuto di questa dolce, minuscola silloge coinvolgente, perché sia
come poesie, sia come preghiere, hanno tutte la stessa straordinaria leggerezza, la
stessa armonia, forse perché escono da un cuore ricco di amore!
E volare verso l’azzurro cielo dove gli Angeli sono in costante adorazione del nostro
Dio!E oggi, pur travolto dal fango di tante brutture terrene e dalle tante rivoluzioni che
la vita effettua lungo il trascorrere dei scoli, ancora nel mondo, come autentica cura
della contagiosa malattia di una Religione Cattolica che, apparentemente, sembra
perda buona parte del suo millenario potere e malgrado le costose scenografie che si
vedono in televisione, la Chiesa e iveri cattolici continuano a mantenere viva la Fede!
La poetessa Silvana Dal Cero in questo suo libretto ha inciso poesie che sono simili a
perle preziose, e qui esprimo un mio personalissimo giudizio , perché molto toccante,
perché questo tipo di Poesia Religiosa dell’autrice, è un lavoro delicato e
profondamente sentito ed il mio apprezzamento è totale! E spero che il buon Dio riservi
a lei e a me, entrambe poetesse cattoliche, una santa accoglienza e l’approvazione dei veri
cristiani!

NOTA RECENSIVA  di  LUCIANO NANNI – AGOSTO 2014

La seconda parte della raccolta (Frammenti d’onda) è composte di liriche di grande

varietà formale, in cui la religiosità della parte I si fonde a concetti profondi: “Pensiero |

mano creatrice | oltrepassa l’esistente | affonda nel non-è | e forma” (datata giovedì 12

aprile 2012). Se lo spirito domina – mens agitat molem – quando il corpo si frantuma

“tanto più la materia | si fa armonia” (p. 51). L’autrice possiede una notevole capacità di

sintesi: “Sull’orlo dell’impossibile | sto” (p. 55) — un distico che con pochi vocaboli apre

infinite riflessioni e interpretazioni: la parola infatti contiene inaspettate potenzialità. La

prima parte è di chiaro significato religioso: “Hai uno strano modo | Dio | di rivelarti |

all’anima che non ti cerca” (p. 16), ed è il modo riportato in Isaia: “Le mie vie non sono le

vostre”. Una ragione ultima che si identifica con la luce increata.

NOTA RECENSIVA  di  MARINA LEGA – SETTEMBRE 2014

 

Il fascino vincente delle poesie di Silvana Dal Cero risiede in primo luogo nella scrittura che le plasma e in quella incantata freschezza di linguaggio che rinnova nel miracolo ogni volta la trasparenza aurea delle cose antiche della vita e del mondo che si tramandano rinnovandosi di generazione in generazione, nello spazio di una religiosità profonda.

Chi meglio di un poeta può farsi interprete di tale cristallina leggerezza? A maggior ragione dentro lo spazio sottile della spiritualità. La fervida immaginazione, la gentilezza e la sorridente carica vitale, tra pensiero e realtà, fa levitare appunto I giorni e l’ombra (Biblioteca dei Leoni, con una incisiva prefazione di Gian Domenico Mazzocato), ma per concentrasi e non per distrarsi o, paradossalmente, per trovare la vera concentrazione attraverso quello sguardo apparentemente distratto del frammento che evita l’abbaglio dell’evidenza arrivando all’essenza più autentica.

 

 

NOTA RECENSIVA  di  ETTORE FINI – NOVEMBRE 2014

Segnalo agli ascoltatori le poesie di Silvana Dal Cero, meritevoli dell’attenzione più generale per l’intensità spirituale e per la freschezza di linguaggio che realizza, come è stato detto dalla critica, la trasparenza aurea delle cose antiche della vita e del mondo, che si tramandano rinnovandosi di generazione in generazione, nello spazio di una religiosità profonda.

Con una puntuale e attenta prefazione Gian Domenico Mazzocato presenta questa raccolta I giorni e l’ombra (Biblioteca dei Leoni), spiegandone modalità e sviluppo e collocandone l’approdo attuale nella più ampia produzione dell’autrice, giunta nel pieno della sua maturità umana e poetica.

 

 

RECENSIONE DI MARISA  CECCHETTI – 11 marzo 2015

A lettura finita rimane l’impressione di una luce che attraversa le pagine della raccolta I giorni e l’ombra di Silvana Dal Cero.

Se intorno c’è dolore, la luce divina dà la forza di sopportare: “Esplode il cuore/volano cocci/al tocco della tua luce/che si fa strada/ nella pietraia/che mi avvolge”. Lui, infatti, la fonte di questa luce, è una presenza che non abbandona, che si fa trovare, che ci aspetta sul nostro cammino, pronta ad apparire e rispondere anche all’anima che non l’ha mai cercata: “di fronte alla resa/ di chi vede/e riconosce/il proprio niente/tu appari/e rispondi”.

Una presenza amorevole che ci porta fuori dal “nullabuio”: “compressa dal nullabuio/mi hai spalancato alla luce”. C’è una tensione costante, un desiderio di quella solarità suprema, sciolti i legami con la materia: “Non zavorra Signore ai miei piedi/ma ali/che io possa strappare i legami/con questa troppo umana terra”. Non c’è rimpianto per i giorni terreni che cadono pesanti uno dietro l’altro, bensì un desiderio di raggiungere la leggerezza e l’amore che tutto comprende: “Là dove le miserie/non toccano corpi e anime/.

Là dove è solo amore”. Non c’è paura, perché Lui è un Dio buono, è puro pensiero, Se la prima sezione della raccolta ha un registro e un ritmo che talora ci fanno pensare alla poesia religiosa medioevale o al ritmo delle laudi di chiesa: “Mare delle possibilità/mare di salvezza/mare per nuovi lidi/mare delle tempeste/mare della tranquillità/mare del dolore/mare dell’affido/mare dell’oblio/mare delle certezze/mare delle tue braccia/mio infinito Dio e Signore”, la seconda parte, Frammenti d’onda, si sofferma sul ritorno all’energia dalla quale tutto è partito: “onde noi/partite dalla riva/un giorno/onde che ritornano/ alla riva”.

E ancora: “Quanti di luce/diverremo./Flusso di vita”. Tutto è suggellato dal ricordo del big bang, con la potenza del pensiero superiore che lo ha voluto: “Un buco di luce/era il tutto./Poi un suono/tradusse/immagini in forme/era il mondo”.

A conferma e commento mi ritorna Vito Mancuso che, nel suo libro, Il principio passione (Garzanti 2013), in nota riporta una affermazione di Max Planck, il padre della teoria dei quanti: “Dal momento, però, che in tutto il mondo fisico non esiste né una forza intelligente né una forza eterna…noi dobbiamo assumere dietro questa forza uno spirito cosciente intelligente. Questo spirito è il fondamento di tutte le cose materiali”.

RECENSIONE DI GINEVRA GRISI – 9 maggio 2015

“Non lasciare Signore/ che l’ombra pesi/ più della luce”: così si apre una poesia della silloge di Silvana Dal Cero, che esprime bene il contrasto esistenziale tra oscurità e illuminazione, materia e incorporeità; tutti gli ossimori che permeano la nostra coscienza, e le nostre percezioni più intime.

Nella poetica dell’autrice, sono proprio la luce e l’ombra a dar forma, senso e vita alle cose, in un continuo scambio di significati che sono generati da questo continuo, incessante confronto.

L’ombra è buia, fragile, vana; eppure, scaturisce dalla presenza di luce, e ad essa è intimamente legata, diventando insieme una componente indissolubile dei giorni umani, di cui accompagnare e condividere il destino.

Entrambe parlano a Dio, per cercare la sua presenza (le sue tracce “invisibili”) e catturare la rivelazione, per fa risuonare “alte armonie” nell’abbandono estatico e mistico della propria fede.

“Quando si spezzerà il vetro/ vetro che deforma e obnubila / la realtà vera ,/ allora capiremo. / Il vero non è di questo mondo”: eppure, la verità rivelata c’è, ed è quella offerta dalla ricerca di un motore universale e benefico in cui cercare accoglienza, e liberarsi dal frastuono delle paure.

Questa grazia è possibile, ed è offerta agli uomini, siano essi nella luce o nell’ombra, poiché “l’umanità caduta / brama / di tornare alla sua fonte”, allo stesso modo di “onde che ritornano/ alla riva”.

L’ombra scava nel dubbio e da senso alla luce, allo stesso modo in cui le parole esprimono il senso e la necessità del foglio bianco su cui sono vergate; la vita si “lascia scrivere” nella raffinata lirica di Silvana Dal Cero, che con versi brevi e intensi fa propria l’urgenza di un dialogo che da intimo diventa universale, e che si muove ai confini di una coscienza immaginifica e profonda, quel “vortice” che è insieme “luminoso e oscuro”.

 

RECENSIONE DI DEBORAH BENIGNI – 13 maggio 2015

 

 

“Quel vortice che perde e trova”: questo il titolo, emblematico, della prefazione allo spirituale libro di poesie di Silvana Dal Cero. Un’introduzione, quella ad opera di Gian Domenico Mazzoccato, che illustra in modo lampante l’essenza di una scrittura che diventa perenne ricerca del Divino e dei suoi tramiti. L’autrice veneta sceglie infatti la strada della pietà, intesa come qui passione letteraria oltre che intima, per l’autore del Creato, cui sono dedicate frequenti ed accorate apostrofi di speranza (“raccoglimi / come perla trovata / tra i rifiuti”; “ch’io mi senta amata!”; “sollevami su una scia / di luce arcobaleno”). Esiste, in tutta l’opera, un’accorata ricerca di luce in un mondo di pietre e di ombra, un anelito, un desiderio di risarcimento dal dolore di un “nullabuio” nel quale l’uomo vive compresso, schiacciato dal peso del vivere. C’è una coscienza quasi ermetica data al senso della parola, che, in particolare nella seconda sezione del libro (Frammenti d’ombra), si impossessa del verso, creando spazi che mirano ad essere colmati.

Attraverso uno stile disseminato di litanie, nel quale ogni salmo è ascesi celeste, la Dal Cero tenta di guidarci attraverso la rimozione di quelle pietraie sulle quali la strada dell’uomo si smarrisce. Scrive la scrittrice dalla cappella di un ospedale: “Esplode il cuore / volano cocci / al tocco della tua luce / che si fa strada / nella pietraia / che mi avvolge”.

L’aridità del mondo non è mai sentita come un traguardo inevitabile, ma diventa metafora di un passaggio, in cui “l’uomo è come un soffio / i suoi giorni come ombra che passa”.

L’accoglienza della salvezza è sempre presente nel segno di una certezza: “il vero non è di questo mondo”. Dunque l’attesa, l’apertura in un universo nebbioso nel quale è possibile la rivelazione finale, è l’unico approdo possibile. E a questo approdo la Dal Cero giunge con estrema trasparenza, con un linguaggio a tratti biblico ma mai enigmatico, quasi che per creare ponti percorribili da tutti fosse necessario puntare proprio sulla semplicità.

Il risultato è una lettura in cui la preghiera diventa conforto, in tutta la sua luminosità.

 

Dimmi cosa ne pensi, te ne sarei grata.

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